Handicaps e costi sociali

 

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Dal punto di vista economico e dell’utilità, uno dei problemi sociali di un certo rilievo sono i portatori di handicaps. L’handicap è una disabilità che riguarda l’individuo e ne impedisce il pieno svolgimento delle funzioni sia fisiche che relazionali.

Esistono delle forme di handicap psichiche e/o mentali (penso agli autistici, ad esempio) che ancora s’inseriscono su uno sfondo di caratteristiche umane dalle tinte grigio scuro da cui fanno fatica a stagliarsi con contorni nitidi e ben definiti. L’autismo, quando non dipende da una grave malformazione fisica, potrebbe essere inquadrato in una forma di rifiuto o difficoltà di accettazione dell’ambiente che circonda l’individuo e non è sempre detto che l’azione/reazione non si collochi a proposito.

L’autismo è strettamente imparentato con la schizofrenia che a sua volta è una manifestazione anche episodica, sporadica o latente, di un disagio sociale e/o relazionale, sempre che non ci sia, anche in questo caso una qualche malformazione biologica, neurologica.

Purtroppo gli studi e le ricerche in materia a tutt’oggi non bastano, non sono sufficienti.

Esistono anche altre forme di disagio umano che si manifestano quando un individuo viene violentemente preso di mira o inquadrato in una determinata sfera disagiata suo malgrado, è il caso dei mobbizzati o stolkizzati. In questi casi il disagio va ad influire sul sistema neurovegetativo della persona provocandone reazioni o difficoltà che non sono proprie della persona.

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Potremmo collocare, ad esempio, i femminicidi come rientranti della categoria delle manifestazioni schizoidi della personalità e possono essere episodiche o continue, dipende, come pure i casi di mobbing o persecutori di varia natura.

E’ facile derivarne di conseguenza che questi casi, come tutti gli altri casi di handicap fisico o mentale (amnesie, paranoie, fobie o paure varie) – e che possono più o meno impietosirci –  hanno un costo sociale.

A volte anche enorme.

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Pensiamo ai portatori di handicap fisico. La società ha il dovere di accollarsi le disabilità  specifiche, per offrire alle persone afflitte, la possibilità di vivere in modo dignitoso ed uguale agli altri. Ma tutto ciò ha un costo che non ritornerà alla società in termini di aumentata produttività.

Il walfare, ha per un certo periodo, per tutto il periodo in cui ha ‘funzionato’, ha ridotto i costi delle varie problematiche sociali inerenti l’individuo

Risultato diverso, invece,  ottiene l’assistenza.

Se ricerchiamo nell’enciclopedia Treccani il significato esatto di walfare, potremmo incappare in una definizione come la seguente:

Sembra una parola di qualche secolo fa, welfare. Il ministro a capo di quello che, a partire dal 2° Governo Berlusconi, nel 2001, si chiamò informalmente ministero del Welfare, Elsa Fornero, in tempi di welfare difficile da conciliare con tagli e esodati si attenne al formale “Ministro del Lavoro e delle politiche sociali con delega alle Pari opportunità”. Qualche anno fa, nel settembre del 2007, a proposito del referendum tra i lavoratori sull’accordo raggiunto tra Governo e sindacati circa una serie di misure di non lieve incidenza sull’insieme dei rapporti economico-sociali tra Stato e mondo del lavoro, si è detto e scritto con tipica giornalistica insistenza di «referendum sul welfare», notevole locuzione che di italiano ha soltanto la preposizione articolata. Il «Corriere della sera» commentò così l’esito delle consultazioni: «Le grandi fabbriche del Nord – a partire dalle ex officine meccaniche di Mirafiori – bocciano l’accordo sul welfare. Ma la grande maggioranza dei lavoratori, chiamati alla consultazione sull’accordo del 23 luglio scorso, ha votato sì. Secondo i dati diffusi dai sindacati, la prevalenza del sì al referendum sul welfare sarebbe netta: tra il 70 e l’80% (il 73% tra i pensionati)». Allora i sindacati stavano dalla parte del Governo, il 2° Governo Prodi.

Sociale o assistenziale?

Pensiamo proprio al caso di welfare ‘benessere’, che, in realtà, è forma scorciata, ellittica, di Welfare State, espressione e concetto arrivati dagli Stati Uniti e ben noti nell’italiano a partire dagli inizi degli anni Cinquanta del Novecento. Welfare State designava un preciso modello di Stato sociale: anzi, Stato sociale è divenuto spesso traduzione sinonimica di Welfare State. Denotata in modo neutro o addirittura connotata positivamente da parte di uno schieramento piuttosto ampio di forze politiche, l’espressione Stato sociale si è vista però ad un certo punto accostare la variante polemica Stato assistenziale, designante, come dire, la degenerazione viziosa del modello originario. Da qualche anno a questa parte, molti ambienti del liberismo italiano di centro-destra parlano di Stato assistenziale tout court; viceversa, in ampi settori del centro-sinistra, pur con notevoli sfumature di interpretazione, si rimane attestati, almeno a parole, su una difesa «di ciò che di buono c’è nello Stato sociale» (così si espresse Francesco Rutelli).

Ministero misterioso

Da qualche anno, carta stampata e tv scrivono e parlano sempre più spesso di welfare e basta, in forza della tendenza sempre più spiccata del giornalismo a prediligere velocità di esposizione e sintesi sloganistiche con parole di forte presa. Ma l’uso insistito di Welfare finisce con lo sfrangiarne il significato, tanto che la parola viene pian piano a indicare un generico ‘insieme di misure, strumenti, idee ispirate alla dottrina del Welfare State’.

All’incremento della presenza di Welfare rispetto a Welfare State – per non parlare di Stato sociale e Stato assistenziale, evitati anche perché connotati in senso l’uno positivo, l’altro negativo – può certamente aver contribuito la scelta da parte del governo Berlusconi insediatosi nel giugno 2001 di accettare e avallare l’uso di Ministero (e Ministro) per il Welfare in luogo della pur statuita denominazione ufficiale Ministero del lavoro e politiche sociali (il sito ministeriale era all’indirizzo http://www.welfare.gov.it). Ed è molto probabile che per la popolazione il fatto di doversi confrontare, sulla stampa e in tv, con un termine straniero, poco trasparente per il significato e di pronuncia non ovvia, non sia stato di aiuto alla comprensione.

Benessere sociale

Due linguisti, Claudio Giovanardi e Riccardo Gualdo, proposero nel 2003 di sostituire, nelle future denominazioni ministeriali, Welfare con benessere sociale, formula chiara e sintetica, sperando magari di influire anche sull’uso giornalistico straripante di welfare come concetto socio-politico ed economico. Il Governo Prodi, invece, preferì scorporare l’area del Welfare in due ministeri, con denominazioni peraltro italiane: Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale e Ministero della solidarietà sociale. E il successo di Welfare in tv e sulla stampa, per qualche anno, è continuato. Oggi, welfare sembra quasi da sussurrare con timore. Il benessere sociale non viene più propagandato come parola d’ordine dai politici e viene maneggiato con difficoltà da chi dovrebbe difenderne le ragioni. Un decreto salva-welfare non è alle viste.

Il lemma

welfare sostantivo inglese [dalla locuzione verbale to fare well “passarsela bene, andare bene”], usato in italiano al maschile. – Espressione equivalente all’italiano benessere, nota soprattutto nelle due locuzioni welfare economics “economia del benessere” e welfare state (propriamente “stato del benessere”), tradotta di solito in italiano con stato assistenziale (che ha però sfumatura negativa) o stato sociale (più neutro).

Elaborato dalla redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani

 

Il Rapporto Annuale del 2014 dell’ISTAT sulla situazione del Paese ha offerto un ampio spaccato degli andamenti demografici, delle condizioni di vita delle famiglie e delle politiche di welfare in Italia.

Tra i 28 Paesi dell’Unione Europea, l’Italia è risultata settima per la spesa in protezione sociale (che comprende quanto viene speso in Sanità, Previdenza e Assistenza).

Nel 2011, il nostro Paese ha infatti destinato, per questa funzione, il 29,7% del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL), valore al di sopra della media europea, pari al 29% del PIL stesso. E tuttavia, questa settima posizione è caratterizzata da forti disomogeneità rispetto alle voci di spesa.

 L’Italia, ad esempio, è il secondo Paese (preceduto dalla Lettonia) per pensioni di anzianità e vecchiaia, voce che assorbe il 52% della spesa per protezione sociale contro la media europea del 39,9%. Mentre è la penultima per la voce Famiglia maternità e infanzia, con il 4,8% (la media europea è dell’8%).

 In questo quadro la spesa destinata alle persone con disabilità, nel 2011, è stata pari in Italia al 5,8% della spesa complessiva in protezione sociale, a fronte del 7,7% della media europea, collocandoci tra i Paesi con le percentuali più basse di spesa destinata alla disabilità. A spendere percentualmente meno dell’Italia sono solo Grecia, Irlanda, Malta e Cipro. Si tratta di pensioni di invalidità, contributi per favorire l’inserimento lavorativo, servizi finalizzati all’assistenza e all’integrazione sociale e strutture residenziali. Prestazioni che pesano solo per l’1,7% sul nostro PIL.

Una parte significativa del quarto capitolo del Rapporto Annuale ISTAT viene dedicata alle condizioni economiche delle famiglie, ma nessun dato specifico viene fornito sulle famiglie con all’interno almeno un membro con disabilità, che sappiamo essere uno dei maggiori fattori di rischio.

 In Italia, il rischio di povertà nel 2012 è stato uno tra i più alti in Europa, e forse solo oggi ne avvertiamo realmente gli effetti: il 19,4% degli individui ha infatti un reddito disponibile inferiore alla soglia di povertà, contro il 17% registrato nell’Unione Europea a 28 Paesi. Nel reddito disponibile delle famiglie sono ovviamente considerati anche i trasferimenti sociali, di cui hanno beneficiato nel 2012 quasi il 38% delle famiglie; si tratta di sussidi per l’invalidità o di disoccupazione (inclusa la cassa integrazione guadagni), di borse di studio, di benefìci a sostegno delle famiglie (come gli assegni al nucleo familiare) e di contributi pubblici per le spese dell’abitazione (come l’affitto). Se non considerassimo tali trasferimenti, il rischio di povertà in Italia salirebbe al 24,4% e in Europa al 25,9%.

Ma è anche vero che su questi sussidi non esiste un controllo attento e spesso e volentieri vanno ad alimentare casse non originariamente destinatarie. E questo aspetto, invece, aumenta e di molto il peso del debito pubblico.

Nell’area della disabilità le differenze territoriali risultano molto rilevanti: mediamente un cittadino con disabilità residente al Nord-Est usufruisce di servizi e interventi per una spesa annua pari a 5.370 euro, contro i 777 euro del Sud.

Figli di un dio minore? Forse sì. E quel ‘forse sta ad indicare che uno ‘Stato innovatore’ che vuole e guida il cambiamento, in tempi di crisi guarda principalmente al walfare come arma per potenziare il Pil nazionale

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