Clima: da Milano a Roma, l’ENEA avvia la Campagna ‘Scienza&Media’ per dire no all’effetto serra

 

Il clima ormai è alla ribalta della cronaca. E’ in cima a tutti i pensieri sia della governance che dei governati.

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Così lunedì prossimo, 30 novembre, si aprirà a Parigi Conferenza del clima di Parigi: 195 paesi partecipanti di cui 150 ratificanti,  oltre l’Europa intera. Priorità assoluta è il raggiungimento dell’abbassamento di almeno 2°C della temperatura terrestre attraverso minori  concentrazioni di monossido di carbonio e di altri gas serra che hanno raggiunto un nuovo record nel 2014.

E’ allarme generale e secondo gli scienziati l’obiettivo non sarà facilmente raggiungibile perché si è perso del tempo prezioso e nel frattempo gli inquinamenti atmosferici hanno superato le soglie critiche

Nel 2012, 175 Paesi e un’organizzazione di integrazione economica regionale (EEC) hanno ratificato il protocollo o hanno avviato le procedure per la ratifica. Questi Paesi contribuiscono per il 61,6% alle emissioni globali di gas serra.

Il 16 marzo 2012 è stato attuato da Corrado Clini il “Fondo rotativo per Kyoto” da 600 milioni di euro per finanziare, con tassi agevolati di interesse, gli investimenti in efficienza energetica, le energie rinnovabili, le tecnologie di cogenerazione e trigenerazione. Il fondo era stato istituito dalla finanziaria 2007 del governo Prodi II, ministri erano Alfonso Pecoraro Scanio e Pier Luigi Bersani. Grazie all’iniziativa, secondo i dati ufficiali diffusi a fine 2012, nell’anno «sono stati finanziati 588 progetti proposti da caserme, ospedali, amministrazioni locali, scuole, musei e poli industriali per complessivi 330  Paesi contribuiscono per il 61,6% alle emissioni globali di gas serra.

Ma non è bastato. Se i risultati italiani hanno fatto tirare un debole respiro di sollievo, non è stato così per gli altri paesi del mondo

Per arrivare a questo appuntamento con la speranza che non sia un ulteriore flop, sono sorte iniziative in tutto il mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica ed i governi, principalmente.

L’ultima iniziativa, proprio in prossimità dell’evento principale è stata promossa da ENEA, Ferrovie dello Stato Italiane e DNS-Silverback

Alla vigilia della Conferenza mondiale sul clima, la COP21 che si apre lunedì a Parigi, scienziati e comunicatori scendono in campo con la Campagna ‘Scienza&Media’, un’iniziativa inedita per informare il grande pubblico sui rischi dell’effetto serra e le possibili azioni per contrastarlo. Si tratta di una mostra-appello che abbina scienza e denuncia, immagini e social media, attraverso una galleria di ritratti fotografici corredati da pannelli con spiegazioni scientifiche sul perché è urgente un accordo globale per ridurre le emissioni e su strategie concrete per l’efficienza, le rinnovabili, il trasferimento tecnologico ai Paesi più poveri e vulnerabili.

L’iniziativa ha preso il via venerdì mattina dalla Stazione Centrale di Milano, dove in serata dal binario 21 è partito lo speciale treno ‘Thello’ per Parigi, con a bordo delegati e partecipanti alla COP21.

Nella hall centrale della Stazione di Milano sono  in mostra 12 dei 40 ritratti realizzati in Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Danimarca e Turchia, nell’ambito della campagna internazionale #WeAreTheClimateGeneration. Un percorso fotografico con i volti di neonati, bambini, ragazzi, adulti, anziani, tante generazioni di una stessa famiglia che raccontano la preoccupazione per il surriscaldamento del pianeta.

Alla campagna, diffusa online e promossa tramite i social network, tutti possono partecipare postando foto, selfie e messaggi sul sito www.wearetheclimategeneration.com.

In parallelo, ENEA ha realizzato un ‘percorso della scienza’, sei pannelli con foto e testi per illustrare le motivazioni e i rischi alla base del cambiamento climatico; la storia di oltre 20 anni di negoziati sul clima; gli strumenti per contrastare il riscaldamento globale; il contributo della ricerca attraverso la modellistica avanzata, l’innovazione, l’efficienza energetica e lo sviluppo di tecnologie green in campo energetico e nei trasporti. Tutto ciò con l’obiettivo di ridurre le emissioni globali di CO2per fermare il riscaldamento climatico sotto i 2° Celsius coinvolgendo l’insieme dei paesi industrializzati, ma anche i paesi in via di sviuluppo, attraverso un rafforzato trasferimento tecnologico.

La Mostra è frutto della collaborazione fra ENEA – Agenzia per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – DNS (Do Not Smile), rete di agenzie di comunicazione ambientale europee che in Italia fa capo a Silverback, e il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane che ha reso disponibile gli spazi nella Stazione Centrale, a sottolineare il ruolo primario della mobilità sostenibile nella lotta al cambiamento climatico.

 

La Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, la COP21, costituisce un momento cruciale nella transizione verso un’economia mondiale a basso contenuto di carbonio. Molti paesi, sia industrializzati che in via di sviluppo si stanno già muovendo verso una crescita più sostenibile attraverso di “contributi nazionali programmati” alla riduzione delle emissioni di gas serra. Ma attori cruciali per il successo della conferenza di Parigi saranno certamente Stati Uniti, Cina ed Unione europea. Una profonda analisi delle attese e delle aspettative della COP21 è emersa anche da un convegno tenutosi alla Luiss

Chiamati tra gli altri a fare il punto, proprio partendo dal confronto tra le posizioni di Usa, Ue e Cina, in un percorso condotto da Marcello Messori, direttore della Luiss School of European Political Economy, Francesco Francioni, professore emerito di diritto internazionale all’Istituto Universitario europeo e docente alla Luiss Guido Carli, intervenuto sul nuovo paradigma delle relazioni transatlantiche in ambito climatico, e Carlo Carraro, già rettore dell’Università Ca’ Foscari e direttore scientifico della fondazione Enrico Mattei.

Sul tavolo soprattutto il tema del trasferimento tecnologico verso i paesi in via di sviluppo, attraverso un fondo dal valore di circa 100 miliardi di dollari per le operazioni di riduzione delle emissioni e per le misure necessarie all’adattamento al cambiamento climatico, in alcuni paesi estremamente rilevanti.

Carlo Carraro: “Qui in Europa non ci accorgiamo di quanto questo problema possa essere grave in altre regioni del mondo. Il fatto che gran parte di questo fondo sia stato già costituito fa ben sperare che questi paesi che accettano di partecipare alla COP di Parigi poi si impegneranno effettivamente nella loro partecipazione agli impegni presi”.

 

“Il clima deve restare al centro della nostra agenda”. Lo ha detto negli studi di askanews l’on. Stella Bianchi del Partito democratico, componente della commissione ambiente della Camera e presidente dell’Intergruppo parlamentare sul clima, Globe Italia, in un focus sulla prossima COP21 di Parigi. Dopo i tragici fatti accaduti nella capitale francese, per Stella Bianchi non ci sono rischi di un cambio di priorità, dalle politiche ambientali a quelle della sicurezza, tra le nazioni del mondo.

“Non abbiamo più tempo per affrontare l’impatto di una minaccia gravissima, c’è infatti il rischio di arrivare già entro la fine dell’anno a +1 grado di aumento della temperatura globale. Anzi, proprio i tragici fatti di Parigi ci dicono quanto sia urgente la questione del clima, come confermato dallo studio ripreso anche dal presidente Obama che ha evidenziato come la carestia e la siccità siano state alle base del cambiamento climatico in Siria, che ha spinto le persone verso le aree urbane determinando una delle cause che hanno contribuito a far esplodere il conflitto in Siria e quella tensione in cui l’Isis può svilupparsi più facilmente. La questione del cambiamento climatico è stata indicata anche dal Pentagono e dagli analisti della sicurezza come una delle maggiori minacce alla sicurezza globale nei prossimi anni”, ha detto Bianchi.

La formula scelta per sottoscrivere l’accordo di questa COP21 che avanza l’accordo globale di Kyoto,  puntando tutto sugli impegni che i singoli Stati possono mettere in atto sembra incontrare il favore di molti.

“Questa formula ci fornisce una possibilità in più. Il trattato di Kokyo è fallito, riguardava solo il 15 per cento delle emissioni globali. E’ sì entrato in vigore e ratificato da molti Stati ma non è servito a invertire la rotta verso la riduzione delle emissioni, che significa abbandono del carbone, del petrolio e del gas. Il nuovo sistema dei contributi nazionali fa sì che ogni Stato presenti la propria proposta per il massimo impegno possibile. Sono arrivati da quasi tutti gli Stati della Convenzione, 196 Paesi, coprendo il 96 per cento delle emissioni globali. Non siamo arrivati dove vorremmo già essere, cioè a riduzioni che ci consentano di stare al di sotto dei 2 gradi di aumento e ci permettano di guardare magari ancora a risultati migliori, come 1 grado e mezzo. Però il passo avanti è stato fatto. Gli impegni finora presi portano infatti a 2,7 i gradi di aumento a fine secolo, rispetto a una traiettoria pazzesca che arrivava fino a 4 gradi e mezzo, disegnando uno scenario apocalittico. Nei Paesi ci sono anche Usa e Cina, che hanno oltre la metà delle emissioni. A Parigi va fatto un accordo che consenta comunque il monitoraggio degli obiettivi, la loro revisione periodica e la trasparenza reciproca”.

L’Italia e l’Unione europea sono nella fascia alta degli impegni

“Il governo Renzi ha lavorato ad ottobre in sede di Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo facendo adottare il pacchetto clima ed Europa che è di fatto il contributo Ue alla COP di Parigi: una riduzione di almeno il 40% delle emissioni al 2030, la presenza di almeno il 27% in più di rinnovabili e del 27% in più di efficienza energetica. In quell’almeno c’è l’impegno dell’Ue a fare qualcosa in più, le nostre capacità tecniche ci dicono che si può migliorare e l’Italia deve essere con l’Ue tra i paesi che più si impegnano per un cambio dell’economia e per la trasformazione del sistema energetico”.

CRONOLOGIA

1992 Durante la conferenza dell’ONU sull’ambiente e lo sviluppo che si è tenuta a Rio de Janeiro (Summit della Terra) viene stilata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

1995 I partecipanti all’UNFCCC si incontrano a Berlino per definire i principali obiettivi riguardo alle emissioni.

1996 – Ginevra – COP-2

Si concluse con una dichiarazione, sostenuta dagli Usa, che accettava le conclusioni scientifiche sui mutamenti climatici contenuti nel secondo rapporto dell’IPCC.

1997 – Kyoto – COP-3

Fu adottato il Protocollo di Kyoto in cui gran parte dei Paesi industrializzati e diversi Stati con economie di transizione accettarono riduzioni legalmente vincolanti delle emissioni di gas serra, comprese mediamente tra il 6 e l’8 per cento da realizzare tra il 2008 e il 2012.

2000 – L’Aja – COP-6

La conferenza de L’Aja fu caratterizzata dai contrasti tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. intorno ai crediti derivanti dai “sink di carbonio”, che avrebbero facilitato Washington nel raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Altre controversie tra cui l’assistenza economica verso i Paesi in via di sviluppo, determinarono il fallimento del vertice.

2001 – Bonn – COP-6 Bis

La conferenza, riunitasi quattro mesi dopo l’uscita degli Stati Uniti dal Protocollo di Kyoto, si chiuse con un accordo sull’applicazione dei Meccanismi flessibili, e venne stabilito un credito per le attività che contribuiscono all’abbattimento del carbonio.

2001 – Marrakesh – COP-7

Il summit di Marrakesh si concentrò soprattutto sulla creazione delle condizioni necessarie per la ratifica del Protocollo da parte delle singole nazioni.

2003 – Milano – COP-9

La conferenza fissò una serie di misure legate ai piani di riduzione delle emissioni tramite attività di riforestazione.

2005 – Montreal – COP-11

Il summit si chiuse con un accordo che puntava a ridefinire gli obiettivi vincolanti in vista della scadenza del Protocollo di Kyoto.

2006 – Nairobi – COP-12

La conferenza, nata con l’ambizioso proposito di coinvolgere i Paesi africani non riuscì a stabilire ulteriori obiettivi di riduzione delle emissioni alla scadenza del Protocollo di Kyoto.

2007 – Bali – COP-13

Al termine di interminabili negoziati fu stabilita una “Road map” per il dopo-Kyoto che prevedeva meccanismi per agevolare il trasferimento di tecnologie per lo sviluppo di energia pulita dai Paesi più ricchi a quelli emergenti.

2008 – Poznan – COP-14

La conferenza si chiuse con un accordo per finanziare un fondo da destinare ai Paesi più poveri per fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici.

2009 – Copenhagen – COP-15

La conferenza si chiuse con un accordo interlocutorio messo a punto da Stati Uniti e Cina, con il contributo di India, Brasile e Sud Africa, sostanzialmente accettato dall’Unione Europea. L’accordo di Copenhagen prevede di contenere di due gradi centigradi l’aumento della temperatura media del Pianeta e un impegno finanziario (30 miliardi di dollari l’anno tra il 2010 e il 2012 e 100 miliardi di dollari a partire dal 2020) da parte dei Paesi industrializzati nei confronti delle nazioni più povere al fine di incrementare l’adozione di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili e per la riduzione dei gas serra.

2010 – Cancun – COP-16

I Governi firmatari del Protocollo di Kyoto hanno riconosciuto il divario tra gli impegni attuali e quelli necessari per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C, e hanno stabilito l’obiettivo di tagliare le emissioni di gas serra dal 20% al 40% entro il 2020.

2011 – Durban – COP-17

I paesi concordarono di stabilire accordi vincolanti per tutti i paesi entro il 2015, accordo che dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Fu adottato un piano cornice per la creazione del Green Climate Fund per distribuire 100 miliardi di dollari all’anno per l’adattamento dei paesi poveri ai cambiamenti climatici.

2011 Il Canada è la prima nazione ad uscire dal Protocollo.

2012 – Doha – COP-18

La conferenza si concluse con l’impegno solo di alcuni paesi industrializzati (Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia), che rappresentano 1/7 delle emissioni globali di gas serra. Fu confermato l’appuntamento al 2015, come stabilito a Durban, per raggiungere l’accordo globale che dovrà entrare in vigore al 2020. Vennero ufficializzate due nuove infrastrutture necessarie ad incanalare tecnologie e finanziamenti ai paesi in via di sviluppo: il Fondo verde per il clima e il Climate Technology Center.

2013 – Varsavia – COP-19

Fu proposto il cosiddetto Meccanismo di Varsavia per fornire aiuto economico e tecnologico ai paesi con economie di transizione per affrontare i danni dei fenomeni climatici estremi e minacce come la desertificazione e l’innalzamento dei mari.

2014 – Lima – COP-20

Fu lanciato il “Lima Call for Climate Action” che riafferma il principio della responsabilità comune ma differenziata e il documento preparatorio in cui sono contenute le basi per il trattato che si cercherà di realizzare a Parigi.

 

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Per spiegare bene gli effetti dell’inquinamento, le politiche messe in atto o da implementare ancora, le risorse economiche da impiegare, i dati sullo stato attuale dell’inquinamento c’è il webdoc di Rainews ← link

L’innalzamento dei mari è l’effetto potenzialmente più catastrofico del surriscaldamento globale. Lo sa bene, o dovrebbe saperlo, chi abita a Boston, a Tokyo, a Singapore, a Londra o a Venezia. Conoscere di quanto il livello del mare potrebbe innalzarsi e in quanto tempo sarebbe essenziale per tutti i paesi che devono pianificare come proteggersi e adattarsi a questi cambiamenti potenzialmente devastanti. Tutto questo è sul tavolo della Cop21 di Parigi

Secondo la Noaa (National oceanic and atmospheric administration), in almeno 9 dei 16 eventi meteorologici mondiali più disastrosi del 2013 c’è stato sicuramente un contributo dei cambiamenti climatici causati dalle attività umane. È stato così per le ondate di calore in Europa, Australia, Cina, per le piogge intense in India e la siccità in California, mentre non sono stati trovati legami con le precipitazioni in Colorado o le tempeste di neve in Sud Dakota. In ogni evento estremo c’è sempre una componente dovuta alla variabilità naturale che però si lega a doppio filo con le modifiche provocate dall’uomo all’equilibrio energetico globale, alterato dalla crescita delle concentrazioni di gas serra.

COSTI E FONDI ..PERSI

A Copenaghen nel 2009, i paesi ricchi si sono impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari (88 miliardi di euro) all’anno entro il 2020 per aiutare i paesi con economie di transizione ad affrontare i disagi dei mutamenti del clima. Finora ne sono stati versati circa la metà. Fa discutere però l’uso di queste risorse. Secondo l’Ocse, la parte dei finanziamenti concessi alle azioni di lotta contro gli impatti del riscaldamento climatico (il cosiddetto “adattamento”: prevenire e gestire i rischi) rimane inchiodata al 16% nel 2013-2014, mentre le politiche destinate a ridurre le emissioni di gas a effetto serra (“la mitigazione”) assorbono il 77% dei finanziamenti. Lo squilibrio non soddisfa i paesi più fragili che già soffrono le conseguenze del cambio climatico. Tra l’altro non c’è chiarezza se questi soldi sono contributi a fondo perduto o prestiti.

A Lima le banche di sviluppo hanno promesso fondi supplementari pari a 15 miliardi di euro all’anno da qui al 2020 a cui si sommano 61,8 miliardi che i paesi sviluppati hanno erogato nel 2014. A questi si aggiungono i 10 miliardi di dollari del Fondo Verde, il meccanismo finanziario creato durante i negoziati sul clima di Cancun del 2010 per promuovere azioni di adattamento e di abbattimento delle emissioni di gas serra nei Paesi in via di sviluppo, i contributi pubblici aggiuntivi annunciati da alcuni paesi sviluppati (tra cui Francia, Germania, Regno Unito) per un totale complessivo di cinque miliardi di dollari. L’Ocse inoltre nel suo Economic outlook suggerisce che “una presa di posizione politica efficace sarebbe quella di creare un ambiente più favorevole agli investimenti, in grado di sostenere la crescita e il commercio, così come capace di metterci su un percorso verso miglioramenti dello stato del clima che sono urgentemente necessari”. L’attuale situazione di ripresa economica ancora incerta “non è una scusa per l’inazione”, sottolinea quindi l’Ocse.

LO SCHEMA DISINCENTIVANTE

Lo schema, realizzato per rendere meno conveniente l’uso di carbone fossile da parte delle industrie, permette di commercializzare i diritti di emissione di anidride carbonica (le cosiddette quote di emissione o European Union Allowances, ndr). E ogni quota corrisponde al diritto di emettere in atmosfera una tonnellata di Co2 equivalente. Le quote vengono assegnate dagli stati membri dell’Ue in parte a titolo gratuito, in parte a titolo oneroso agli impianti obbligati a partecipare all’Emission Trading Scheme attraverso delle aste pubbliche europee. Le aziende, all’interno di questo meccanismo, sono libere, quindi, di scambiarsi questi permessi come vogliono. Il tutto si basa su un principio unico: chi inquina paga e chi riduce le emissioni viene pagato. Non importa chi riduce i quantitativi di Co2 emessa. L’importante è che a livello complessivo le emissioni di Co2 siano ridotte nell’anno di riferimento. In Europa tra il 2005 e il 2013, grazie a questo meccanismo c’è stata di fatto una riduzione di Co2. Quindi, anche al netto dell’effetto della crisi che di fatto ha contratto le produzioni europee, abbiamo registrato un calo delle emissioni.

Il sistema delle quote introduce in Europa il meccanismo del cosiddetto “cap&trade” di Kyoto che fissa un tetto massimo (“cap”) al livello totale delle emissioni consentite a tutti i soggetti vincolati dal sistema, ma consente ai partecipanti di acquistare e vendere sul mercato (“trade”) i diritti di emissione di CO2 (“quote”) secondo le loro necessità, all’interno del limite stabilito. Seppure in misura limitata, gli impianti possono utilizzare a questo scopo, ma solo fino al 2020 ed in determinate percentuali, anche crediti di emissione non europei, derivanti da progetti realizzati nell’ambito dei meccanismi di progetto del Protocollo di Kyoto. In generale, i gestori degli impianti possono scegliere tra investire per ridurre le proprie emissioni introducendo tecnologie a basso contenuto di carbonio o attraverso misure di efficienza energetica, e acquistare quote.

Il quantitativo totale delle quote in circolazione nel sistema è definito a livello europeo in funzione degli obiettivi europei al 2020 (-20% emissioni rispetto ai livelli del 1990). Il tetto per il 2013 è 2,084 miliardi ed è ridotto annualmente di un fattore lineare pari all’1,74% del quantitativo medio annuo totale di quote rilasciato dagli Stati nel periodo 2008-2012, e pari a oltre 38 milioni di quote. A partire dal 2021, il fattore dovrebbe passare al 2,2% annuo, per rispettare un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 40% al 2030.

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