I focolai del mondo e l’economia globale

 

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bersani santoro 0Tre sono i temi che mi stanno particolarmente a cuore: economia, ambiente e lavoro (P.Bersani)

 

 

SCENARI GLOBALI
Una nuova crisi finanziaria internazionale?

Diversi fenomeni potrebbero far precipitare nuovamente il mondo in una crisi finanziaria per certi versi simile a quella del 2007-2008. Si tratta di eventi distinti, ciascuno dei quali è pericoloso in sé, ma che possono in qualche modo influenzarsi tra loro attraverso forme di contagio destabilizzanti. Il fenomeno su cui gli analisti si soffermano da più tempo sono le incertezze attorno all’operazione di rialzo dei tassi di interesse annunciata dagli Stati Uniti, giustificata dalla divergenza, in positivo, della loro congiuntura economica rispetto a quella negativa o non brillante di Europa, Giappone, Cina e di numerosi altri paesi emergenti.
I mercati potrebbero non accettare con calma e lucidità la fine del periodo di espansione monetaria statunitense, le borse potrebbero risentirne violentemente, la liquidità e la solvibilità di numerosi intermediari, anche fuori dagli Stati Uniti, potrebbero peggiorare gravemente. Di fronte a questo rischio la FED ha dichiarato l’intenzione di usare “pazienza” nel correggere la sua politica monetaria e continua a rimandare il primo rialzo dei tassi, che tuttavia la Presidente Janet Yellen prevede avverrà “entro la fine del 2015”. Ma nelle ultime settimane il quadro si è fatto più fosco, complice il rallentamento delle assunzioni, cosa che ha fatto cambiare idea ad alcuni governatori.
D’altra parte, le esitazioni della FED nel far corrispondere una politica meno espansiva al miglioramento della congiuntura potrebbero deteriorare ulteriormente la sua credibilità, e il panico potrebbe allora scaturire dalla sensazione di un’autorità monetaria prigioniera delle pressioni provenienti da un mercato azionario già troppo sopravvalutato e, come nel 2008, pronto a “scoppiare”.
Il rischio di una crisi internazionale collegata alla politica monetaria statunitense si moltiplica se si considerano altri fenomeni di tensione globale: il disordine dei tassi di cambio, reso più destabilizzante dalla probabile fuga di capitali da molti paesi emergenti e verso gli Stati Uniti per approfittare dei tassi maggiori offerti dal dollaro; la crisi strutturale e debitoria di alcune economie emergenti (si pensi, per esempio, a Brasile e Turchia), peggiorata dal fatto che molti dei loro debiti sono in valuta estera; le evidenti tensioni geopolitiche, con particolare riferimento alla crisi russa, al crollo dei prezzi energetici, alle molteplici e intrecciate tragedie del Medio Oriente.
Va anche aggiunto che il riesplodere di una crisi simile a quella del 2008 sarebbe oggi ancora più difficile da fronteggiare, visto il sempre minor spazio per gli strumenti in mano alle banche centrali per fare fronte a contrazioni dell’attività economica (i tassi d’interesse sono oggi già su livelli reali nulli o negativi, e tutte le maggiori banche centrali hanno ancora in essere misure non convenzionali). Infine va segnalata l’incertezza riguardante la riforma della governance economica mondiale, con particolare riferimento alle istituzioni internazionali di Bretton Woods: si pensi allo stallo riguardante la riforma del Fondo monetario internazionale, o al lancio della Asian Infrastructure Investment Bank.

Tale stallo potrebbe ulteriormente aggravare l’instabilità internazionale e rendere più appetibili soluzioni sempre più “regionali” e meno multilaterali. (OPI)

 Un’economia che punta al debito negativo, favorisce i mercati ma cancella i risparimiatori e quindi tende alla stagnazione.. Draghi vorrebbe un atteggiamento più prudente da parte della Federal Reserve americana ma è evidente che la Yellen ha ben in mente il meccanismo di spesa e mercato.← link

Regionalismo mondiale

Quello della multilateralità e del ‘provincialismo’ mondiale è un tema assai grave che rischia di acuire, esacerbandole,  le problematiche dei singoli paesi, soprattutto sul piano economico, religioso, della legalità e sostenibilità economica e sociale. L’emergere dell’Isis è la punta più evidente di questo enorme iceberg che mette ben in guardia sui pericoli del ‘provincialismo’ economico e sociale mondiale. Si tratta di un iceberg che sottende la civiltà umana e che rischia di esplodere con effetti incontrollabili. Lì dove si parlava di ‘civilizzazione’ dei paesi dell’ovest mondiale si è rivelata essere in realtà una molla per l’accendersi di focolai di intolleranza e sovvertimento dell’occidente e verso di esso soprattutto.

In Italia la crisi economica rimarca e appaesantisce questi passaggi estremamente delicati. La destrutturazione dei diritti e ‘paletti’ civici così duramente conquistati grazie al sindacalismo ed alle ‘rivoluzioni’ sociali degli anni ’60 sono il sintomo di una dinamica tutta interna al nostro paese che mira continuamente e periodicamente alla ‘restaurazione’ lobbistica dei potentati economici, nella maggioranza dei casi tali più nella facciata che nella realtà effettiva.

Inoltre la debolezza costituzionale, politica e filosofica di fondo dell’Europa getta un’ombra scura sulla realtà economica e sociale di tutti i paesi aderenti all’Unione. Questa debolezza europea mette ancora più a rischio di isolamento ed emarginazione i paesi partner. Le politiche di austerità hanno distrutto il significato ed i meccanismi di coesione mico e macro sociale. Mentre il Trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP) tra USA ed Europa, stenta a decollare.

Un ulteriore rischio di emarginazione nello scacchiere internazionale potrebbe provenire dall’incapacità europea di sviluppare una seria politica energetica comune, rispondente ai bisogni e agli interessi dell’Unione, in un periodo dove gli altri protagonisti del mercato energetico mondiale (la Russia e i paesi Opec in primis) conoscono in generale un periodo di crisi e riorientano la loro offerta di energia verso i paesi emergenti e, in particolare, quelli dell’Asia Orientale.
Strettamente legato a questo è il tema della lotta al cambiamento climatico, in merito al quale l’UE ha già dichiarato di voler perseguire obiettivi vincolanti per il 2030. Al prossimo vertice dello United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCC), che si terrà a Parigi in dicembre, bisognerà evitare il rischio che i vincoli europei rimangano unilaterali, e persuadere invece anche altri paesi (in particolare i maggiori emettitori di gas serra mondiali) a fissare a loro volta obiettivi non solo vincolanti ma anche ambiziosi, come il lancio di mercati regionali per le emissioni sulla falsariga dell’Emission Trading Scheme europeo o misure equivalenti. (OPI)

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