Bersani sulla riforma del Senato : sarebbe piaciuto un sussurro di riconoscimento ai senatori dem

 

PIERLUIGI BERSANI «Meglio dirigere che comandare»

Bersani voto bicameralismo

Pierluigi Bersani molto giustamente rivendica un minimo di riconoscenza per il lavoro svolto di cucitura e tessitura intorno al progetto di riforma del Senato che pare sia in dirittura d’arrivo, dopo tante polemiche e ostruzionismi.

Quel che rivendica di più Bersani, si capisce, è la mediazione per una riforma che stava prendendo altre sponde: più direttoriali per intenderci

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Rispetto al disegno originario della riforma è un grandissimo passo di miglioramento democratico.

Ma da cosa nasce questa continua voglia di riformare il Senato, e/o di eliminarlo?

A parte la crisi economica che ha inciso notevolmente sugli usi e consuetudini degli italiani,  portandoli all’assunto culturale (almeno) che lo spreco va evitato con tutte le forze, e a parte la critica che si è alzata da ogni dove, che il nostro parlamento è occupato da troppi deputati , a volte anche ‘svogliati’ – i cui stipendi pesano sui conti dello Stato in modo incisivo – la Riforma del Senato, il superamento del bicameralismo perfetto, considerato un ‘ostacolo’ ai lavori parlamentari,  non è una novità degli ultimissimi anni.

La composizione del parlamento in due distinte assemblee è caratteristica comune a moltissime costituzioni; più raro è il bicameralismo perfetto o paritario, in cui entrambe le assemblee sono formate in maniera uguale o molto simile, e svolgono le stesse funzioni con identici poteri.

L’origine storica e la ragione prima del bicameralismo risale all’Inghilterra del XIV secolo e deriva dalla necessità di tenere separati i due rami del parlamento per esprimere due ceti differenti, la nobiltà e la borghesia, i cui interessi erano contrastanti.

Con la restaurazione (1815) il bicameralismo si trasformò. Terminato il ‘vento rivoluzionario’, tramite esso si tese a ridimensionare il principio della sovranità popolare, proclamato con gran forza dalla rivoluzione francese, col principio della sovranità regia, ora nell’interesse della restaurazione.

Al medesimo bilanciamento di poteri tra sovrano e popolo, ma con più profonda apertura popolare, si ispirò lo statuto albertino, con un senato vitalizio di nomina regia ed una camera elettiva.

Negli stati moderni, ad eccezione della sola Gran Bretagna, il bicameralismo non risponde più alle esigenze del bilanciamento dei poteri ma ad altre esigenze.

Vi è innanzitutto il bicameralismo proprio degli stati federali (Germania) : una camera rappresentativa totalmente degli elettori, ed una camera rappresentativa degli stati federali.

Un altro tipo di bicameralismo è determinato da ragioni politiche: la seconda camera è creata per porre un limite alla rappresentanza popolare ed evitare che il potere si concentri troppo nell’assemblea popolare ma anche per fornirsi di una camera di riflessione al miglioramento della legislazione. E questa seconda camera è rappresentata da personalità del mondo sociale, culturale, economico ecc…) In questo caso il bicameralismo funge da attività di completamento della rappresentanza politica.

Di conseguenza il depotenziamento della ‘camera alta’ corrisponde ad un monocameralismo di fatto, o meglio a due monocameralismi

La costituente italiana vide svolgersi un ampio dibattito, all’interno del gruppo dei 75, sulla forma che doveva assumere il ‘parlamentarismo’ italiano. I comunisti e la sinistra tendevano per il monocameralismo, in quanto tendevano ad escludere espressioni diverse da quelle popolari. I moderati avrebbero voluto un senato espressioni degli interessi sociali del paese: cultura, economia ecc.. I repubblicani volevano una seconda camera rappresentativa delle regioni. Fu scelto il massimo comune denominatore: il bicameralismo perfetto, sugello anche di garanzia al non ‘ritorno’ di forme dispotiche e totalitarie, ma anche espressione di una ulteriore camera che potesse essere da argine all’eccessivo potere della rappresentanza maggioritaria.

Furono i sistemi elettorali che diedero l’impronta alla forma politica italiana. Il 1948 vide il maggioritario come vincitore assoluto ma depotenziato poi dalle leggi elettorali immediatamente seguenti che ne stemperarono la forza con l’assegnazione del seggio nel collegio uninominale senatoriale solo al raggiungimento del 65% dei consensi, in assenza di tale quorum i seggi andavano ripartiti con sistema proporzionale. In definitiva il maggioritario divenne un proporzionale poiché era veramente molto difficile raggiungere la soglia del 65% dei consensi. Le ultime leggi elettorali hanno sostanzialmente eliminato le differenze elettorali tra Camera e Senato, tranne che per alcuni meccanismi che rendono il Senato meno ‘gestibile’ della Camera dei Deputati.

Quello che preme evidenziare, ora, è un semplice assunto:

Secondo parte della dottrina giurisprudenziale e parlamentare di qualche anno fa, i problemi del bicameralismo , la ripetitività delle procedure, i ritardi e le lentezze nelle decisioni, non si risolvono diversificando le funzioni delle due camere; ritardi e lentezze si registrano anche in altri paesi a bicameralismo non perfetto; ma promuovendo la cooperazione tra le due assemblee nella fase antecedente a quella della decisione. In pratica una SuperCommissioneBicamerale che stabilisce e regola l’agenda di governo. Pur lasciando piena autonomia alle due camere nella fase deliberativa, la dottrina sostiene si potrebbero svolgere le attività di raccordo e compensazione tecnico/ politico dei programmi governativi.

In parte simile proposta fu recepita dal disegno di legge costituzionale del 1990 : diversificare leggi monocamerali e bicamerali, ma sembrava ai più un duplicato della costituzione stessa. Era stabilito che fossero approvate da entrambe le camere le leggi in materia costituzionale ed elettorale, di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali di natura politica o che importino variazioni di territorio, di formazione e approvazione dei bilanci, di conversione in legge dei decreti legge. Per le altre leggi (monocamerali) era sufficiente l’approvazione da parte di una sola camera, appunto. Però la seconda camera entro 15 giorni dall’approvazione della legge poteva richiedere, con delibera a maggioranza semplice, che il disegno di legge fosse sottoposto anche alla sua approvazione. E se apportava modifiche, la Camera dei Deputati doveva poi richiedere il testo nuovamente con una delibera, questa volta a maggioranza assoluta.

Il progetto non passò, molto farragionoso e sibillino, eppure conteneva elementi di validità

BICAMERALE

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Nel progetto di riforma costituzionale approvato in sede referente dalla commissione bicamerale per le riforme istituzionali (istituita dalla legge cost. 1 del 1993), si configurava un bicameralismo basato su una diversa ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Questo progetto è più vicino a quello attualmente in discussione al Senato. Il progetto della bicamerale si trasformò poi nel ribaltamento, attualmente in vigore, dell’art.117 della Costituzione : la enumerazione delle competenze in carica allo Stato e il lascito alle regioni della potestà legislativa esclusiva purchè non in contrasto con le norme statali o comunitarie. Ma il testo riscontra a volte i limiti di un non buon coordinamento tra le norme regionali, comunali, statali e comunitarie. In sostanza, però, funziona bene. Questo limite potrebbe rinvenirsi anche nel testo che attualmente si sta discutendo in Senato e che pare si avvii a compimento martedi prossimo 13 ottobre 2015

Il progetto della BICAMERALE di riforma della costituzione è decaduto per lo scioglimento anticipato della XI legislatura (16 gennaio 1994). Ma questa è solo una nota a margine.

[Lezioni di diritto parlamentare – Honorati]

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