Bersani : “Ricordare Berlinguer è smontare la nostalgia”.

Bersani Teatini 2

 

Il crollo del mito del Leviatano è avvenuto con l’estensione del concetto di democrazia rappresentativa e dell’alternanza che ha trovato il suo manifesto più chiaro nel ‘sangue corso’ per combattere sotto l’unico vessillo dell’autonomia e indipendenza del popolo italiano durante la Grande Guerra.

Questo ideale ha impregnato di sé tutta la storia seguente creando quei punti di vera e autentica frizione sociale nell’immediato dopoguerra.

Di queste frizioni sociali si fecero interpreti e carico i leader dei primi anni 50 del 900.

Tra loro Berlinguer e Aldo Modo artefici di una idea di pacificazione civica che prese il nome di ‘compromesso storico’ che avrebbe dovuto essere l’emblema della democrazia «nella democrazia lo Stato astratto cessa di essere il momento dominante» [Marx]

Ci si domanda sempre da chi dovrebbe essere rappresentata la democrazia, ponendosi il problema della migliore forma di partecipazione allargata alla gestione pubblica, ma non ci si chiede mai da chi dovrebbe essere rappresentato lo Stato democratico – perché uno Stato non è democratico a prescindere – e in chi e in cosa, in quale forma dovrebbe essere incarnato.

Un punto fondamentale per connettere democrazia e rappresentanza.

I due maggiori partiti del dopoguerra, Dc e Pci, hanno rappresentato grandi masse popolari e oggi sembrano essere messi sotto accusa a causa della modernità

La questione è un artificio in quanto la modernità stessa stava, e sta, offrendo le soluzioni al superamento di una grandissima epoca – quella degli anni 50-80 del 900 –  che fonda le radici del popolo italiano e con le stesse continua ad alimentare il senso ed il significato della democrazia moderna, sempre e soprattutto per il popolo italiano.(bc)

Se ne è  parlato a Piacenza.

“Qualcuno era comunista perché c’era Berlinguer. Una riflessione sul leader comunista italiano dopo il trentennale della scomparsa”, questo il titolo del convegno che al Fondazione Piacenza Futuro ha organizzato  venerdì 15 maggio, dalle 21, nella Sala dei Teatini.

A presentare l’appuntamento il presidente della Fondazione, Flavio Chiapponi, il segretario Pd Loris Caragnano e Gabriele Scagnelli, membro della Fondazione. 

Il convegno ha avuto il saluto introduttivo del segretario Caragnano, seguito dagli interventi di Laura Boella, docente di filosofia morale all’università di Milano, Vanessa Roghi, docente di Visualità e Storia alla Sapienza di Roma, e dell’onorevole Pd Pierluigi Bersani. A coordinare i lavori il presidente Chiapponi. 

Berlinguer fu un grande innovatore della politica, non allineato rispetto alla cosidetta “linea” sovietica, il primo a parlare di questione morale e molto amato anche al di fuori dell’elettorato classico del Pci. Aspetti che sono stati approfonditi in occasione del convegno ai Teatini.

Politica la disamina di Pierluigi Bersani:

“Come facciamo a raccontare alla nuova generazione che si affaccia alla politica Enrico Berlinguer? Rischia di prevalere un contenuto prettamente sentimentale, con la sua agonia, i funerali, la sua figura minuta che ispira senso di protezione. Ma lui s’incazzerebbe nel vedersi dipinto solo così oggi, perché separarlo dalla politica e dal Pci è un’assurdità.

Siamo ancora in quella storia, non c’è un’interruzione. Berlinguer è stato il primo segretario del Pci della nuova generazione, che non ha fatto la Resistenza, lui entra in scena negli anni ’60 in un cambio di fase: quando si chiude il dopoguerra che ha imparentato l’Italia con la democrazia, cresce il Pil e allo stesso tempo si accorcia la forbice sociale, soprattutto grazie ai partiti.

Sono gli anni di un nuovo fermento sociale diffuso nella società, ma anche gli anni di una nuova percezione dell’andamento economico di una crescita non lineare. Berlinguer ha colto questo passaggio di fase e il rischio di un impasse, da qui la necessità di prendere strade nuove, nel solco della democrazia.

Berlinguer non è convinto di un approdo socialdemocratico, ma tuttavia c’è un rapporto che si salda con le forze del socialismo europeo soprattutto con la Spd. Ma la preoccupazione maggiore di Berlinguer era rivolta all’Italia, con il pericolo di una soluzione reazionaria. Non era certo una preoccupazione irrazionale, visto il contesto di quegli anni, da qui la proposta del compromesso storico per evitare che si saldassero i moderati con la reazione.

Quel progetto non si realizzò, ma non fu un fallimento, perché si pose un argine alle fughe estremistiche e si aprì una fase riformatrice in Italia. Hanno cominciato a circolare idee nuove. Con la morte di Moro – il 9 maggio 1978 –  sul piano politico la proposta del compromesso storico subì una sconfitta. Con l’alternativa democratica si aprì una fase dove il Pci si pose in difesa, chiudendosi in un profilo identitario. Il governo diventó una palude, in un sistema bloccato. E’ da quella stagione che è iniziato il discredito della politica che subiamo ancora oggi, le scorciatoie demagogiche e le soluzioni leaderistiche, e non siamo in condizione di proporre un’idea compiuta di politica. Quale dunque l’insegnamento di uno come Berlinguer? Che la politica deve mantenere rapporti costanti con la morale e con la cultura, e poi lasciatemelo dire: un po’ di coerenza tra le parole e i fatti”.

 L’incontro ai Teatini ← link all’articolo

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