Italia – AAA cercasi babyboom

bimbo bellissimo

L’Italia, si sa, è “il paese dei bambini” per eccellenza. Le nascite da noi sono sempre ben viste e ben accolte. C’è tutta una letteratura pedagogista a riguardo. Eppure negli ultimi anni si registra un’inflessione di tendenza nelle nascite.

Secondo un’indagine Istat ← (home page),  1,39 è il numero medio di figli per donna, valore stabile rispetto al 2013. L’età media della propensione al parto sale a 31,5 anni.
In Italia calano le nascite, per la prima volta anche fra le mamme straniere che finora hanno tenuto alto il livello demografico del nostro paese, e calano anche i decessi. Cinquemila neonati in meno nel 2014 rispetto all’anno precedente e circa 4 mila morti in meno tra la popolazione infantile degli immigrati in Italia.
E’ il quadro demografico tracciato dall’Istat in un rapporto in cui sono stimati gli andamenti nel 2014 e in cui si sottolinea che il tasso di natalità è «insufficiente a garantire il necessario ricambio generazionale».

La popolazione residente ha raggiunto i 60 milioni 808 mila residenti,compresi i 5 milioni 73 mila stranieri, al primo gennaio 2015, mentre i cittadini italiani continuano a scendere – come ormai invariabilmente da dieci anni – e hanno raggiunto i 55,7 milioni, -125 mila rispetto all’anno precedente.
Questo non aiuta, infatti il nostro paese risulta fanalino di coda in Europa per densità demografica.
Al Trentino Alto Adige va il primato per natalità seguito dalla Campania. Agli ultimi posti la Liguria e la Sardegna. Ma qui entra in gioco anche un fattore strutturale di densistà abitativa. Ed è sempre la Liguria che ha anche il più alto tasso di mortalità in generale.
Il problema ne nasconde uno più grosso di politiche di walfare e sostegno alle famiglie, soprattutto alle donne che lavorano.
Nel 2012 oltre il 22% delle madri occupate all’inizio della gravidanza, non lo era più al momento dell’intervista, ossia a circa due anni dalla nascita del bambino. Il 42,8% di quelle che hanno continuato a lavorare ha dichiarato di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.
Queste difficoltà sono testimoniate, d’altra parte, anche dai minori tassi di attività femminile per le donne con figli e dalla relazione inversa tra tassi di attività femminili e numero di figli avuti . Un fenomeno che non è solo italiano, ad esempio in Germania e nei Paesi Bassi si osserva una dinamica analoga, ma non è generalizzato nel contesto europeo. Ciò vuol dire che a livello macro, generale, la conciliazione lavoro/famiglia è un evento possibile. E conciliare è l’aspirazione delle madri intervistate che hanno mostrato a livello individuale dei comportamenti virtuosi meritevoli di essere supportati da specifici interventi di policy.

Questo risultato può essere dovuto in parte anche ad un effetto strutturale: ad esempio le donne con un più elevato titolo di studio tendono ad avere figli ad età più avanzate e quindi hanno dalla loro nonni più anziani e per questo, verosimilmente, meno disponibili.

Tuttavia, questa componente strutturale di tipo demografico non è in grado di spiegare completamente l’entità delle flessioni riscontrate.

A tale proposito occorre ricordare che il livello di istruzione è anche una buona proxy dello status socio-economico: uno status più elevato consente alle donne, verosimilmente, di ampliare il ventaglio delle loro scelte di cura dei bambini. Inoltre, vi è una crescente tendenza a considerare i servizi per bambini dal punto di vista pedagogico sociale. In quest’ottica, a venire messo in rilievo è soprattutto il contributo dei servizi di assistenza all’infanzia per lo sviluppo del bambino: le quote crescenti rispetto al passato di frequenza dell’asilo nido fanno pensare a una crescente diffusione della cultura del nido come un’opportunità educativa e di socializzazione.
E’ utile, infatti, riportare anche la quota di madri lavoratrici che hanno dichiarato di utilizzare, anche saltuariamente, servizi per l’infanzia (asilo nido, baby parking, ecc.) quando questa non costituisce la modalità di affido prevalente.
Questa proporzione è pari all’11,7%.
Le differenze principali tra le varie tipologie di coppia si riscontrano considerando il numero di figli e, ancora una volta, è un fatto culturale.

Infatti, le coppie formate da entrambi i genitori stranieri utilizzano molto di più questo tipo di servizi (19,0 %), soprattutto quando la madre risiede nel Centro (30,8 %). Di contro, le coppie formate da straniera/italiano sotto-utilizzano questi servizi (11,4 %).

In caso di elevato livello di istruzione della madre, soprattutto quando si tratta di madri italiane in coppia con italiani, l’utilizzo dei servizi per l’infanzia risulta più ampio (16,3 %)
Insomma non è che si sfugga ai servizi per l’infanzia in Italia anche se come ben sappiamo le mamme, tutte le mamme del mondo, i propri figli preferiscono crescerli in prima persona. I servizi vengono selezionati in base all’offerta ed alla affidabilità. Ma il nodo è anche sostanzialmente economico. I genitori in permesso maternità al lavoro, normalmente guadagno meno e devono spendere di più per il nuovo arrivato/a, prestando molta attenzione alla qualità delle offerte di aiuto e sostegno.

Il problema è proprio governativo.

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