LAVORO, SOSTENIBILITA’ : L’EUROPA E LE SUE SFIDE

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 E’ stato analizzato che in una impresa l’assunzione di scelte strategiche a volte è frutto di eventi occasionali piuttosto che di una vera e propria programmazione per obiettivi. Cosa vuol significare. Che le attività imprenditoriali oggi sono di fronte ad uno scenario modificato in sostanza dall’opportunismo delle scelte che derivano dalla soggezione alle paure presenti e future. E’ il clima della crisi. E’ il clima che respira l’Italia, e più in grande l’Europa. Ma è il clima che respira  l’America. Per Cina e Giappone le cose stanno diversamente: prospettiva e programmazione restano nel modus vivendi anche se molto probabilmente sono destinate a fallire nell’efficacia scontrandosi con l’esogena problematica demografica e climatica. L’evento occasionale o l’imponderabile opportunismo di determinati eventi, la fanno da padrone dei nostri tempi.

Come, dunque, coniugare efficace programmazione, sostenibilità ambientale e qualità della vita sembrano domande della via italiana ed europea all’impresa ma anche domande internazionali.

 La necessità per la politica ed il mondo delle imprese di convergere sui temi economici e di sostenibilità economica ma con un serio sguardo rivolto alla cittadinanza, intesa come necessità di maggiore qualità della vita, di maggiori opportunità e sostegno alle classi sociali in gioco è un fattore importante, determinate, imprescindibile. Infatti le politiche per il lavoro dei nostri tempi sono un po’ dimentiche del valore lavoro in termini di walfare

Accantonato quest’ultimo sembra che il lavoro sia completo appannaggio delle classi imprenditoriali. Cosa che avrebbe fatto drizzare i peli della barba a Karl Marx. Per il filosofo-economista di Treviri sarebbe un’eresia da scomunica sostenere che il lavoro non è di chi lo produce ma di chi dà lavoro. In realtà chi dà possibilità di lavoro ha dalla sua, come si diceva, la programmazione, il “lavoro intellettuale” che consente l’opportunità di creare ricchezza e indotto. I profitti di questa “ricchezza”, poi,  s’intestano al “datore di lavoro” ma la produzione e “la distribuzione dell’indotto appartengono ai lavoratori, così come la creazione delle materie trasformate e la materialità della ricchezza. Insomma senza il lavoratore l’imprenditore sarebbe ben poca cosa, senza togliere nulla alla loro importanza.

E dunque, ci siamo mai chiesti come si fa a quantificare il lavoro intellettuale e materiale?

Ebbene fu proprio Karl Marx che per primo analizzò la relatività del valore del lavoro.

Nei tempi primitivi l’arbitrarietà del valore delle merci, e quindi del lavoro che sottintendeva ad esse, era dato dalla capacità di scambio che le merci avevano. A mano a mano che la produzione delle merci si faceva di tipo “industriale” (ossia diciamo generalmente “ripetitiva”) alle merci veniva attribuito un valore “convenzionale” – che è un po’ l’antesignano del potere d’acquisto della moneta in circolazione.

Il valore “convenzionale” delle merci ha inevitabilmente investito il valore del lavoro, anch’esso divenuto “convenzionale”, sebbene soggetto alla contestualizzazione, come le merci, del resto.

Data la relatività ed arbitrarietà del valore del lavoro, Mark arrivò a formulare una proporzione di valore semplice del lavoro applicabile generalmente

x merce A= y merce B   oppure

x merce A vale y merce B (20 braccia di tela = un abito)

Così Marx in Il Capitale. Ma veniamo più vicino ai giorni nostri

Nel 2006 Fevereau ha scritto che il salario è frutto di una serie di convenzioni intersoggettive e non di un semplice incontro, in astratto, tra la domanda e l’offerta di lavoro. Sebbene il salario si presenti sotto forma di prezzo, infatti, il suo ammontare dipende dall’applicazione di un gran numero di regole istituzionali e sociali. Questo ci porta dunque ad interrogarci sulle determinanti socio-culturali e sulle convenzioni che definiscono il valore del lavoro. (Che cos’è la giusta paga – cap.4  Il valore del lavoro – Valeria Piro in Etnografia e ricerca qualitativa – Il Mulino 2/2014 )

Il processo di attribuzione del valore monetario del salario si basa, dunque, su una serie di convenzioni che fanno riferimento al genere, alla nazionalità, alla fatica fisica, al concetto di produttività e così via. La negoziazione sul salario diventa, quindi, il luogo deputato all’incontro-scontro tra principi convenzionali (Che cos’è la giusta paga – cap.5 Le negoziazioni quotidiane del salario e il concetto di giustizia – Valeria Piro in Etnografia e ricerca qualitativa – Il Mulino 2/2014 )

 L’approccio dell’Economia delle Convenzioni (EC) può risultare utile proprio perché consente un’analisi dei “momenti di crisi” (come quelli di negoziazione delle paghe) durante i quali i principi e le regole impliciti nella formazione del salario devono essere esplicitati e, nel lessico dei convenzionalisti, giustificati (Boltanski, Thevenot, 2006,2009; Favereau 2006) (Che cos’è la giusta paga – Conclusioni – Valeria Piro in Etnografia e ricerca qualitativa – Il Mulino 2/2014 )

Da queste affermazioni ne deriva un’altra molto importante: l’economia solo finanziaria non consente la sostenibilità della vita del genere umano. Perché il lavoro non è solo un “meccanismo” di produzione è anche un “valore aggiunto” come diceva Marx

Molto bello, in tal senso, il libro del Papa “Questa economia uccide”

1Descrizione

“Marxista io? No, ma ne conosco tanti che sono brave persone”. “Attenzione alla finanza selvaggia. Il denaro serve, non governa”. “No a modelli di economia disumana”. Questo papa “parla troppo dei poveri!”. Questo papa latinoamericano “non capisce granché di economia”. Questo papa venuto dalla fine del mondo “demonizza il capitalismo”. Sono bastate poche frasi del pontefice “contro l’economia che uccide” per bollarlo come “papa marxista”. Che a fare certi commenti siano editorialisti di quotidiani finanziari, o esponenti di movimenti come il “Tea Party” americano, non deve probabilmente sorprendere. Molto più sorprendente, invece, è che siano stati condivisi anche da alcuni settori del mondo cattolico, dal momento che, come mostrano Tornielli e Galeazzi, vaticanisti fra i più accreditati nel panorama internazionale, alla base dei ragionamenti di Bergoglio non c’è che la radicalità evangelica dei Padri della Chiesa. Delle disuguaglianze sociali e dei poveri è ammesso parlare, a patto che lo si faccia di rado. Un po’ di carità e un pizzico di filantropia, conditi da buoni sentimenti, vanno bene, mettono a posto la coscienza. Basta non esagerare. Basta, soprattutto, non azzardarsi a mettere in discussione il “sistema”. Un sistema che, anche in molti ambienti cattolici, rappresenterebbe il migliore dei mondi possibili, perché – come ripetono senza sosta le cosiddette “teorie giuste” – più i ricchi si arricchiscono meglio va la vita dei poveri. Ma il fatto è che il sistema non funziona, e oggi viene messo in discussione da un papa che in questo libro propone una riflessione sul rapporto fra economia e Vangelo. Temi che troveranno spazio anche nella sua prossima enciclica.

Ricordiamo, ancora, le interviste di Bersani durante la discussione alla Camera del Jobs Act

Lavoro, Bersani: “Renzi può frantumare diritti, altro che modello tedesco” (clicca per aprire il link)

 

2

L’indice Istat di gennaio 2015 indica un andamento positivo del PIL italiano

In gennaio, l’economia italiana ha mostrato segnali di un possibile recupero della domanda interna. Indicazioni favorevoli provengono dalla produzione e dagli ordinativi esteri di alcune componenti rilevanti del comparto dei beni strumentali. Con riferimento alle famiglie, il rialzo del clima di fiducia è stato sostenuto dal significativo miglioramento delle aspettative. L’aumento del reddito disponibile reale in T3 si è riflesso in un aumento del tasso di risparmio. Le condizioni del mercato del lavoro, tuttavia, rimangono difficili, con un elevato tasso di disoccupazione. L’indice anticipatore dell’economia italiana è tornato positivo a novembre, delineando una ripresa dell’attività economica nei primi mesi dell’anno.

Indice Istat occupati/disoccuupati dicembre 2014 – in leggero calo la disoccupazione

A dicembre 2014 gli occupati sono 22 milioni 422 mila: dopo il calo osservato nei due mesi precedenti, l’occupazione a dicembre aumenta dello 0,4% (+93 mila), tornando su valori prossimi a quelli di settembre. Su base annua la crescita è dello 0,5% (+109 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, aumenta di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,3 punti rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 322 mila, diminuisce del 3,2% rispetto al mese precedente (-109 mila) mentre aumenta del 2,9% su base annua (+95 mila). Il tasso di disoccupazione a dicembre scende al 12,9%, in diminuzione di 0,4 punti percentuali in termini congiunturali. Il calo osservato nell’ultimo mese è il primo segnale di contrazione della disoccupazione dopo un periodo di crescita che si è protratto nella seconda metà dell’anno. Rispetto ad un anno prima il tasso di disoccupazione è in aumento di 0,3 punti percentuali. Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente; anche a novembre l’inattività aveva registrato un’analoga crescita, dopo il calo avviatosi nel mese di aprile. Su base annua l’inattività si mantiene in calo dell’1,9%. Il tasso di inattività, pari al 35,8%, aumenta di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e diminuisce di 0,6 punti su base annua.

Ma se guardiamo ai dati sul lavoro alle dipendenze delle grandi imprese scopriamo che si tratta di cassa integrazione.

A novembre 2014, rispetto al mese precedente, l’occupazione nelle grandi imprese registra in termini destagionalizzati una diminuzione dello 0,1% al lordo dei dipendenti in cassa integrazione guadagni (Cig) e dello 0,2% al netto dei dipendenti in Cig. Nel confronto con novembre 2013 l’occupazione diminuisce dello 0,9% al lordo della Cig e dello 0,5% al netto dei dipendenti in Cig. Al netto degli effetti di calendario, il numero di ore lavorate per dipendente (al netto dei dipendenti in Cig) registra, rispetto a novembre 2013, una variazione nulla. L’incidenza delle ore di cassa integrazione guadagni utilizzate è pari a 26,8 ore ogni mille ore lavorate, in diminuzione di 5,2 ore ogni mille rispetto a novembre 2013. A novembre la retribuzione lorda per ora lavorata (dati destagionalizzati) registra un aumento del 2,5% rispetto al mese precedente. In termini tendenziali l’indice grezzo aumenta del 3,0%. Rispetto a novembre 2013 la retribuzione lorda per dipendente e il costo del lavoro per dipendente (al netto dei dipendenti in Cig) aumentano rispettivamente del 2,3% e dell’1,7%. Considerando la sola componente continuativa, la retribuzione lorda per dipendente aumenta, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dell’1,2%.

Istat dossier sulla distribuzione della ricchezza nel nostro paese: il Mezzogiorno ancora molto penalizzato (clicca per aprire il link)

Tutto questo al 2014

Non arriviamo all’economia thatcheriana perché alla lunga uccideremo proprio il lavoro: Vendesi lavoratore a prezzo trattabile (clicca per aprire il link)

Svilire il valore non solo monetario ma sociale e morale del lavoro può portare grossi problemi. Abbiamo la Sanità in ginocchio e la tenuta del sistema sociale, la sua coesione, è davvero ai minimi storici. Solo la buona volontà di tutti può ancora tenere un paese a dir poco perplesso sul lato della democrazia. Democrazia non è il governo di uno solo a nome di tutti. E’ questa una nuova forma mai sperimentata prima. Il rischio di questa forma è “l’esaltazione del gruppo di comando” e l’inevitabile tradimento del “mandato parlamentare”.  Cambiare un paese con il semplice appoggio di un migliaio di persone che non vogliono andare al voto può far creare un dittatore anche senza volerlo. Hitler e Mussolini hanno cominciato così. E se poi il gioco sfugge di mano ?

Io credo che Renzi sia un buon premier, peccato che si stia dimostrando molto autoritario. Chissà se sa chi erano i Beatles

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Attraversamento pericoloso

Il mondo intorno non dà grandi segnali democratici …… e la guerra inquina

Ghana

 

 

 

 

 

 

 

 

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