Papa Francesco : L’Ambiente è in prestito

mucca pazza

 

Il mondo di oggi ha un lasciapassare per il futuro assai bizzarro: adombra molto di passato, di cose antiche, non necessariamente nell’accezione positiva dei termini e non solo in senso culturale, organizzativo ma finanche in termini economici. Diceva Papa Giovanni XXIII «Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuino a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle Comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale»  Questo brano è tratto dall’Enciclica Pacem in terris ed è datato 11 aprile 1963. Una vita!

Oggi Papa Francesco, nella sua lettera di saluto all’Expò 2015, ci esorta a considerare la “terra” come un bene inalienabile e da non prendere “tanto alla leggera”. Un prestito dai nostri figli, un’impegno per il futuro più che per l’oggi e ancor di più una doverosa attenzione ad un futuro sostenibile.

Sui cambiamenti climatici e politiche ambientali c’è molto da dire e molto da discutere. Soprattutto riguardo le ultime tendenze, tendenze sì, perché purtroppo di tali si tratta. Il tema ambientale soffre molto delle impostazioni culturali e frame di governance ma anche di credenze diffuse e di opinione pubblica mediata. Ci ritroviamo così, oggi, con un’organizzazione sociale basata, da un lato, sulla costruzione di macchinari definiti dagli stessi costruttori, in maggior parte e nella maggioranza dei casi, inutili se non addirittura dannosi, e dall’altro lato con politiche di salvaguardia ambientale radicali o simili, più dannose del danno stesso.

Ne deriva che le idee relative al clima sono intimamente collegate alle identità personali e collettive, attraverso significati culturali. In breve, i leader politici, gli scienziati, il pubblico e i media hanno posizioni ideologiche. L’esito della Conferenza delle Nazioni Unite a Copenhagen e gli accordi di Kyoto hanno sottolineato proprio questo ed anche che esiste un problema di leadership internazionale e di differenze culturali territoriali che con il passar degli anni si fa via via più avvertibile

Lobbies ambientaliste e lobbies contrarie si fronteggiano senza soluzione di continuità, la confusione è tanta e noi siamo ancora legati al punto dell’enciclica Pacem in Terris. Il problema importantissimo è che stiamo facendo un po’ il callo a tutto, compresi i disastri ambientali. Il giornalista della BBC Richard Black ha stilato, nel corso degli ultimi anni, una statistica sul grado di abitudine ai cambiamenti climatici degli inglesi. Ne emerge un quadro preoccupante : nel 2008 alla domanda “pensi che il riscaldamento globale sia in corso?” l’83% degli inglesi rispose Sì, contro il 15% che riteneva ciò non fosse vero. A distanza di due anni, alla stessa domanda, il 75% degli inglesi rispose Sì, contro il 25% di No. Ma ciò che più preme è non tanto la percezione che il pubblico può avere del clima ed il suo disancoraggio all’ambiente che lo circonda, quanto la mancanza di una seria impostazione a livello internazionale che possa mediare la “benedetta” finanza con la sostenibilità e l’avanzamento culturale e sociale del genere umano. (b.c.)

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