La quarta edizione del rapporto di monitoraggio del mercato del lavoro dell’Isfol torna a fotografare la situazione occupazionale del nostro Paese in un momento particolarmente delicato per l’economia italiana ed europea.

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Dice il  rapporto Isfol sul mercato del lavoro, uscito proprio oggi, che la crisi occupazionale di questi anni non si manifesta esclusivamente attraverso la contrazione dei posti di lavoro o l’aumento dei tassi di disoccupazione, ma anche attraverso il sottoutilizzo della forza lavoro disponibile, aumentando il disallineamento tra il livello di istruzione posseduto e il profilo professionale ricoperto, determinando così un incremento degli occupati “overeducated”. Vengono così ad essere ridefiniti i confini dell’occupazione italiana lungo direttrici che non sembrano coerenti con l’idea della società della conoscenza delineata nei principi di Europa 2020 anche in ragione della ridotta capacità innovativa dei sistemi produttivi locali.

Il rapporto cerca di descrivere, da più punti di vista, gli effetti sul mercato del lavoro di sette anni crisi economica, componendo un quadro che, per molti aspetti, presenta criticità che nascono al di fuori della crisi congiunturale attuale e che da questa sono state amplificate.

La nuova fase recessiva, dopo la breve ripresa a cavallo tra 2010 e 2011, ha agito, se possibile, con ancor più forza rispetto al primo shock economico sviluppatosi nel corso del 2008-2010, innestandosi in una situazione economica che aveva solo in minima parte recuperato lo svantaggio accumulato negli anni precedenti.

Percentuale di occupati 15-64’enni overeducated
 per titolo di studio. Anni 2007-2012
grafico 1Fonte: elaborazioni ISFOL su dati ISTAT RCFL,
 media 2007-2012

Non solo, quindi, nel nostro Paese la distruzione di occupazione ha interessato in modo particolare le professioni più qualificate, ma ciò ha comportato un aumento nella quota di occupati sovra-istruiti con un’intensità che non ha quasi eguali nelle altre economie europee.
Il mercato del lavoro ha reagito alla crisi sottoutilizzando la forza lavoro non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, ridefinendo i confini dell’occupazione italiana lungo direttrici che non sembrano coerenti con l’idea dell’economia della conoscenza delineata nei principi di Europa 2020 e che, purtroppo, appaiono in continuità con precedenti indagini dell’ISFOL sulle competenze dei cittadini italiani (vedi Rapporto Piaac 2014).

Introduzione
Come è noto, uno dei fattori principali su cui l’Italia può fondare il suo sviluppo
economico e sociale, in mancanza di materie prime, è rappresentato dalle competenze
dei suoi cittadini. Per questo motivo, l’utilizzo sempre più esteso di innovazioni, non
solo tecnologiche, nei vari settori e la globalizzazione aggiungono una forte pressione
nel trovare politiche adeguate a garantire che le persone abbiano le competenze
necessarie per vivere e lavorare nella società del XXI secolo. In questa prospettiva
assume dunque grande rilievo la conoscenza dei livelli di competenze posseduti dai
cittadini italiani tra i 16 ed i 65 anni, l’identificazione dei processi di acquisizione
e sviluppo delle stesse, l’individuazione di categorie o aree territoriali che denotano
particolari sofferenze.--- 


Il lavoro annuale di ogni Nazione è il fondo
da cui essa trae tutte le cose necessarie e utili per la vita
di Adam Smith – La Ricchezza delle Nazioni
Nel 2012 si concentra più della metà della perdita di occupazione registrata dal terzo trimestre 2008 in poi. È come se il nostro Paese avesse fatto un balzo indietro di quasi 10 anni: bisogna risalire, infatti al primo trimestre del 2004 per trovare un volume di occupati paragonabile a quanto registrato negli ultimi tre mesi del 2013.
Per altro gli ultimi dati sulle comunicazioni obbligatorie
presentano alcuni timidi segnali di ripresa dell’occupazione

La contrazione del lavoro in ogni tipologia

Il Rapporto di monitoraggio ISFOL sul mercato del lavoro mostra inoltre come alla caduta dell’occupazione si affianchi la diminuzione dell’intensità di lavoro delle persone occupate: la contrazione delle ore mediamente lavorate e di straordinario, l’aumento dell’incidenza del part time involontario e, soprattutto, il massiccio utilizzo degli ammortizzatori in deroga (e in particolare dell’istituto della cassa integrazione guadagni) hanno contribuito ad arginare la caduta dei tassi di occupazione per tutto il periodo della crisi, ma anche ad aumentare la quota di lavoro sottoutilizzato. Tuttavia, tali strategie adottate dalle imprese per trattenere l’occupazione in eccesso stanno progressivamente perdendo di efficacia, come dimostrato dall’aumento dei tassi di uscita dall’occupazione. Sempre più persone si trovano senza lavoro perché licenziate, ma anche per il mancato rinnovo di un contratto temporaneo. Sono soprattutto questi ultimi, i lavoratori precari, ad essere esposti al rischio disoccupazione, anche in ragione di contratti che, stante il perdurante clima di incertezza, si fanno progressivamente più brevi. Nel 2007, su 100 occupati temporanei poco più di un quarto transitava verso un’occupazione a tempo indeterminato nell’arco dei dodici mesi successivi; nel 2013 tale quota è scesa di 4 punti percentuali e mezzo. Al contempo, è aumenta la percentuale di coloro che permangono all’interno dell’occupazione con forme contrattuali precarie ma, soprattutto, è andata crescendo la quota di occupati a termine in uscita dall’occupazione, transizione che nel 2013 ha interessato poco meno di quarto degli occupati temporanei, contro il 6,4% degli occupati a tempo indeterminato.

grafico 2

Il quadro generale

L’ultimo trimestre del 2013 segna un’ulteriore diminuzione del numero di occupati tra i 15 e i 64 anni, il cui volume complessivo si assesta a 21 milioni e 984mila unità. Il dato, stabile rispetto al trimestre precedente, segue alla caduta avviatasi, senza soluzione di continuità, dal secondo trimestre dell’anno precedente, che ha potato il numero di occupati dell’ultimo trimestre del 2013 su valori prossimi a quelli dei primi tre mesi del 2004.

grafico 3

Il rapporto è interessantissimo ma quello che è maggiormente evidente, a questo punto, è chiedersi “quo vadis Italia”?

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