Il governo e la prova del nove

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IL PATTO DEL NAZARENO

Gennaio e febbraio,due mesi con il battucuore per Renzi. Oggi, dalle 16, il Senato discute l’Italicum, il progetto di riforma elettorale, fomentatore d’infinite polemiche, come molti progetti del governo, ormai da un po’ di tempo a questa parte, e domani la Camera esamina l’abolizione del bicameralismo perfetto.

Il patto del Nazzareno scricchiola, ormai si sente da più parti. L’idillio è finito, la luna di miele è già diventata conosciuta routine.

Da quando Berlusconi visitò la sede del Pd in cerca di un alleato in grado rimetterlo a pieno diritto in campo, sembra passato molto tempo, in realtà è appena un anno fa.

In quella sede si siglò un patto, mai scritto, su riforme costituzionali come piacciono a Berlusconi, per formare alleanza e numeri per governare, ma che ha fatto venire più di un mal di pancia alla sinistra democratica.

Ora sulle dimissioni annunciate di Napolitano – quelle che magari avrebbero potuto aprire la strada del Colle al Cavaliere, come fa adombrare l‘inciucio sulla riforma fiscale che depenalizza i reati di evasione fino al 3% dell’importo imponibile e che ha visto Berlusconi finire ai Servizi Sociali – sembra che il castello stia per crollare.

Un inciucio che serviva anche e soprattutto a sbarrare la strada a più di un candidato possibile per il Qurinale: da Prodi ad Amato, passando per Bersani.

Ma questo patto che ha fatto storcere la bocca persino nel centro destra, è stato minato di più di un evento sfavorevole, diciamo. Primo fra tutti la situazione politica ed economica internazionale che l’alta finanza vorrebbe gestire ma che in più di un’occasione è sfuggita di mano agli stessi guru dell’economia mondiale. E poi c’è la recrudescenza del terrorismo che aggrava un quadro economico internazionale ormai tendente al grigio, per non parlare delle rivolte per la gestione dei rifiuti, dell’acqua pubblica, per i disastri ambientali, terremoti e inondazioni senza controllo, le inchieste per i reati ambientali che hanno minato la salute di migliaia di cittadini e che producono ancora effetti disastrosi  e probabilmente, ma speriamo di no, ancora ne produrranno.

Insomma un governo che vorrebbe essere in buona salute, che conquista voti e consensi parlamentari ma che ogni giorno che passa, sembra strano, ma si indebolisce sempre più.

Il Patto traballa sotto glil effetti di un consolidato sistema sociale che ancora è capace di chiedere trasparenza e legalità. E così il dietrofront del governo sulla delega fiscale è l’emblema di quei paletti invisibili che si generano quasi da soli, automaticamente quando c’è in gioco il destino del paese intero.

E così c’è pieno accordo tra il presidente del Consiglio, Renzi, e il ministro dell’Economia, Padoan, per arrivare al Consiglio dei ministri del 20 febbraio con un provvedimento che sarà modificato, più ricco e ampio. Lo spiegano fonti di Palazzo Chigi, a proposito dell’incontro che c’è stato questa mattina tra il capo del Governo e il responsabile del Tesoro.

Ma il premier Renzi per non perdere la forza, quasi cinetica, che lo muove tira dritto sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, cavalcando l’onda dei pentastellati e della ampia minoranza dem, formata da bersaniani (il gruppo più numeroso), cuperliani, d’alemiani, civatiani, fassiniani ecc…. per non parlare dei riottosi “destrini” ormai insofferenti al “padre padrone” un po’ troppo “padrone”.

Il testo sulla riforma elettorale, in discussione tra pochi minuti al Senato  è stato incardinato in Aula senza relazione, perché la Commissione Affari costituzionali non ne ha concluso l’esame in sede referente.

Tutto fatto molto in fretta, in modo pratico … ma attenzione alla fretta, diceva qualche tempo fa Bersani

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