Quo vadis polis ?

atene-assemblea

Dice Bersani la rappresentanza non consegna la merce e la comunicazione non è funzionale, soffre di annuncite : belle intenzioni non sempre seguite dai fatti o non sempre in sintonia o attente al reale sentire popolare, alle reali esigenze del popolo.

Se democrazia [dal greco δῆμος (démos)= popolo, e κράτος (cràtos)=potere, governo] vuol dire governo del popolo, essa nel suo esercizio  dovrebbe essere inclusiva del popolo, per l’appunto. Altrimenti non è democrazia è altra cosa.

E se democrazia è la forma politica di un popolo, di conseguenza, la politica è necessariamente una rappresentanza che consegna la merce, ossia che rappresenta gli interessi di un popolo. E poichè siamo tanti, la democrazia è per forza di cose rappresentativa, per semplificazione e per efficientazione (per efficienza, efficacia e realismo),  e quindi estrinsecarsi nella forma di un  “mandato elettorale”

Se si escludono, dall’esercizio politico, categorie sociali,  vuol dire che qualcuno fallisce il proprio mandato,  la democrazia la sua funzione, mentre la politica non può più definirsi democratica.

Fin quì è abbastanza chiaro, mi sembra.

A questo punto il problema sorge sulla rappresentanza: come renderla efficiente, inclusiva e sintetica allo stesso tempo. … Bel problema !

L’unica è la mediazione delle parti  per cercare di portare il “sistema” ad equilibrio. E’ il tormento della democrazia poichè in siffatto sistema è conseguenziale che si formino delle lobbies: gruppi di interesse non necessariamente negativi ma quasi sicuramente in concorrenza con altri. Un po’ come gli Enti locali con lo Stato. Ed è proprio compito dello Stato riuscire ad organizzare le varie contrapposizioni in una buona sintesi. Ciò non vuol dire l’eleiminazione di tutti i problemi ma sicuramente una “buona rappresentanza” per tutti i problemi. E’ il sistema parlamentare-dialogico.

In Italia un buon tentativo fu messo in atto da Moro e Berlinguer ai tempi del centrosinistra, dove un’Italia partigiana, fatti di agricoltori, operai, artigiani, tentava di superare anche il dopoguerra ricostruendo la propria base sociale.

Quello di Moro e Berlinguer era un tentativo di includere una sinistra italiana e cattolica (quindi sostanzialmente aliena ai rigori della sinistra orientale ispirandosi di più ai valori sociali nostrani di attenzione alle masse popolari ) nel governo di un paese che ancora dipendeva dall’alleato salvatore, l’America (all’epoca fortemente “militarista”)

Fu un fatto meritorio e anche forse trasversale, voglio dire nella mente della maggioranza. In questa costruzione sociale di centrosinistra si inserirono i valori socialisti, più attenti al liberismo ed al liberalismo, che erano poi, in fondo, quelli che avevano ispirato Mussolini nella sua ascesa al potere e che ancora vivevano e vivono, ed in parte giuistamente, tutt’oggi nel paese.

Sempre in parte, perchè è chiaro che rappresentano una parte delle idealità del popolo in questione.

Dunque Moro e Berlinguer si resero conto che la rappresentanza di un popolo in costruzione su base democratica doveva (e deve) necessariamente essere inclusivo di tutte le forme sociali presenti nel paese.

Ciò non vuol dire essere filorussi o filoamericani o filogermanici … vuol semplicemente dire salvaguardare le proprie specificità e gruppi sociali pur partecipando alla gestione politica di un paese del e nel mondo.

A questo punto, però, sorge un altro problema: chi deve sovrintendere siffatta organizzazione-forma democratica, poichè è evidente che la voce di tanti fa molta più confusione della voce di uno solo che dà voce, appunto, ai tanti.

Quindi sorge il problema della  leadership politica: se essa debba essere personalistica, autorevole, punto di riferimento esclusivo (e quindi anche escludente di altre rappresentazioni) oppure debba essere collettiva, non propriamente oligarchica, ma formata da una più ampia base leaderistica, a mò di socialismo non reale ma realistico, ossia adeguato alla realtà, alle esigenze reali, al sentire dei più, alle necessità “con precedenza“.

La leadership collettiva è quella particolare forma di leadership molto particolare nel nostro paese, che nasce con le cooperative o il terzo settore ma che in fondo ha poco a vedere con esse in quanto più “generalista”.

E’ stata,  in gran parte,  invece, realizzata da Bersani Segretario Pd, ma ha finito per non riscuotere molto successo nello stesso Pd, per la contestuale erosione della  coesione identitaria e dell’obiettivo comune cogente. Una lenta erosione attivata dalla caduta del governo Prodi in poi, anzi un attimino prima. Essa, così, ha finito per non attecchire bene. La leadership collettiva è intuitiva e telepatica. E’ una sorta di forma organizzativa che in misura più grande attuò la Democrazia Cristiana che ha governato per quasi 50 anni la storia del nostro paese. Si serve di tutte le forze in campo ed è formalmente efficace se la cultura d’origine è comune, diventa dirompente se mette in moto i distinguo e se l’obiettivo non è unico, in quanto è generatrice delle famose “correnti”, che poi vediamo è il male sia della sinistra, culturalmente diversa dalla Democrazia Cristiana ma formalmente identica, che della Democrazia Cristiana.

Invece la leadership personalistica è molto più gradita nel nostro paese, dove gli italiani, innamorati della florida esperienza dei Comuni medievali, sono più abituati a “spacchettarsi” in una miriade di “staterelli” che perseguono interessi particolari per poter poi avere la comodità di consegnare le istanze ad un unico leader che poi decide per tutti e si tira avanti così..

E’ anche uno sgravio di responsabilità e di amministrazione. In questo modo è facile bypassare il parlamentarismo (ecco perchè la nostra Costituzione è tanto disattesa e la si cambia continuamente) ed è anche facile, molto facile, scivolare nella corruzione.

Che il Parlamento non sia una buona cosa non sta scritto in nessun libro del mondo, da Pericle ai giorni nostri. E anche Sparta, la crudele Sparta, aveva una forma parlamentare e dialogica, seppure elementare.

Quindi non è scritto in nessun libro del mondo che non si possa raggiungere una sintesi sociale tra parti contrapposte anche in presenza di difficoltà economiche.

E che la destra e la sinistra non possano ragionare, anche questo sembra assai particolare come asserzione. Vuol dire che esiste un irrigidimento di idee. Il chè non fa molto “cultura”

Questa idea della politica parlamentare fu la “passione” che mi spinse a salutare ideologicamente come sano e perseguibile l’antico disegno di Moro e Berlinguer, sin dai tempi della scuola, quando cominciavano i ragionamenti politici.

E sin dai tempi della Bicamerale di D’Alema, in contrapposizione con De Mita e Berlusconi,  e che portò D’Alema al governo, mi impegnai perchè potesse nascere un partito di unione tra democrisitani di origine popolare, sturziana, degasperiana e morotea e comunisti berlingueriani e togliattiani.

Perchè questa storia della demonizzazione dell’avversario è il male che serpeggia maggiormente nel nostro paese, dalla fondazione della Repubblica

E la felice intuizione fu messa in atto proprio da Prodi. “Alzati che si sta alzando la canzone pololare”, cantavano i Circoli e le Feste. Ed è parso subito si stesse formando un grosso partito, molto includente e rappresentativo.

In contemporanea, o con un po’ di precedenza, e magari anche con altri intenti, stesso tentativo fu messo in campo da Berlusconi con Forza Italia.

Le cronache politiche oggi raccontano un’altra storia, meno nobile. E questo resta ancora da analizzare. Forse che il personalismo ha ripreso il sopravvento ? Può darsi, ma alcuni eventi lasciano intravvedere dei timidi raggi di sole debole e pallido.

Forse è solo arrivato l’inverno, e la situazione economica internazionale lo rende ancora più rigido.

Voglio sperare che tornerà la primavera, nel frattempo resto ancorata solidamente alle mie radici, uliviste, di centrosinsitra,  bersaniana (perchè alla fine è quella la fucina dove mi sono formata ), d’ispirazione prodiana, militante d’alemiana, a base morotea, con un forte abbraccio per De Gasperi.

Sic.

sparta-1

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