Il sistema dei partiti attraverso il disegno di legge elettorale a firma Bersani

COMITATO NAPOLETANO BERSANI

 

Bersani-675

 

Carlo Esposito, giurista del secolo scorso, affermò che se un partito, invece di rappresentare una ideologia e tendere al bene comune rappresentasse “le esigenze di un gruppo di pressione economico, sarebbe di fatto un gruppo di pressione mascherato, e sarebbe per questo da combattere, da espellere dal Parlamento, da denunciare come scandaloso”. Già allora egli specificava che la pressione dei partiti sul governo è lecita ed è legittimata dalla funzione propria, qualora, però, questa non fosse determinata da interessi privatistici. L’inquinamento della politica con interessi privati ed economici degli ultimi vent’anni,  ha avviato una crisi del sistema che in questi anni ha amplificato le differenze e la sfiducia nello stesso popolo sovrano. Questo è il senso, oggi più che mai, della sempre più avvertita e assoluta necessità di una buona legge sul conflitto di interessi.

La crisi di rappresentanza scollega il politico, ed il partito di riferimento, dalla popolazione e muta la  forma organizzativa dell’identità partitica da “fordista” a “leggera”, ossia senza eccessivi nessi e collegamenti obbligati, con in più l’aggravio dell’insostenibilità dei costi a causa della crisi economica (indotta o meno). Ciò comporta una “liberalità” di pensiero e di azione da parte del politico, e del partito  di turno, che sfocia nella menzogna più sfacciata, riducendo la rispettabilità del paese che tollera quella menzogna perché spera nel perdono delle proprie menzogne [Luciano Violante – Politica e menzogna – Einaudi editore] : è il caso ad esempio dell’evasione fiscale. Ciò evidenzia come e quanto le esigenze ed i comportamenti quotidiani rischino di sopraffare la corretta organizzazione istituzionale, creando quel circolo vizioso assai insalubre che finisce per pesare come un macigno sull’intero sviluppo delle tutele della società. Ma risolvere il conflitto d’interessi non basta, è, o sarebbe, un’operazione contingente,  che poco potrebbe risolvere senza il sostegno di un buon sistema elettorale improntato a ricreare, ed anche a tessere giorno per giorno, il rapporto vero, autentico, con la cittadinanza, con il territorio, con le sue singole realtà.  Questo perché  un partito è, e rimarrà sempre un cuscinetto, anzi una cellula di raccordo tra lo Stato e la comunità. E senza uno Stato non esiste una società  e senza una società non esiste un partito e viceversa.

Il disegno di legge del Pd, depositato presso la Camera dei Deputati, che porta la firma di Bersani, Franceschini, Speranza e Bressa, presentato  già dalla scorsa legislatura,  sul sistema elettivo, C.358 Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di elezione della Camera dei deputati, e al testo unico di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, in materia di elezione del Senato della Repubblica, nonché delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali, è quello che più mette in luce la vocazione pedagogica della rappresentanza: un collegio uninominale a doppio turno con voto di preferenza, “per attenuare il deficit democratico che caratterizza l’attuale sistema elettorale”. Infatti il sistema elettorale risultato dalla legge n. 270 del 2005 è stato, fin dall’inizio, oggetto di numerosi rilievi critici, tanto in sede scientifica quanto in sede di confronto politico-parlamentare. Alla sua prima prova, il nuovo sistema elettorale, il così detto “porcellum” – dal nome attribuitogli dal suo stesso creatore – si è prima di tutto dimostrato inidoneo a garantire la governabilità,  a causa dell’inefficienza (e della sostanziale irrazionalità) del meccanismo dei premi di maggioranza regionali per l’elezione del Senato della Repubblica. In particolare, le perplessità e le critiche sollevate durante il dibattito parlamentare dall’allora minoranza di centrosinistra hanno trovato in larga misura conferma dopo l’applicazione della nuova disciplina, basti ripercorrere i risultati nel tempo delle elezioni politiche del 2006. Il sistema non è infatti strutturalmente capace di assicurare alla coalizione più votata la maggioranza assoluta dei seggi al Senato della Repubblica, per effetto della possibile neutralizzazione reciproca dei premi di maggioranza regionali. Ma il problema non è solo del “Senato”. Questo meccanismo, laddove non annulli o addirittura ribalti — in termini di seggi — i risultati elettorali conseguiti dalle coalizioni in termini di voti, produce comunque una irrazionale distorsione della rappresentanza, con esiti del tutto casuali sotto il profilo della composizione delle maggioranze. Il sistema delle liste bloccate, inoltre, ha prodotto squilibri vistosissimi tra la necessità di gestire l’apparato di partito, organismo allo stato attuale quasi inevitabile, e la necessità di rappresentanza della cittadinanza, che aderisce a quelle idee politiche. L’11 marzo 2014, il testo, che vede primo firmatario Pierluigi Bersani è stato stralciato per conclusione anomala. (link)

Eppure il risultato delle ultime elezioni conferma l’inidoneità dell’attuale sistema elettorale a produrre quelle maggioranze stabili di cui ha bisogno il nostro Paese per introdurre riforme incisive che ci consentono di riacquistare competitività e di uscire a testa alta dalla crisi.  Se non altro maggioranze omogenee. Oltre al dato strutturale dell’irrazionalità dei premi a base regionale che rendono molto complessa la formazione di una maggioranza, vi è un dato ulteriore da segnalare, costituito dall’assoluta anomalia di un Parlamento in cui entrambe le camere concedano la fiducia al Governo: in questo contesto, infatti, è del tutto naturale che con qualsiasi sistema elettorale vi sia il rischio che si venga a formare una maggioranza difforme e che dunque non si riesca a formare un governo stabile o realmente rappresentativo. È in quest’ottica dunque che si è mossa  la proposta di legge Bersani ed altri, che si spera venga almeno letta e ripresa in considerazione per un eventuale, possibile dibattito tra le forze in campo e tra queste ed il governo.

per Pierluigi Bersani  

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