Qualche pensiero sul Jobs Act

A me sembra che le intenzioni, benché meritorie di cambiamento, del nostro Premier, vadano nel senso opposto di quanto “sbandierato”.

Il problema lavoro in Italia non è di così semplice risoluzione come a prima vista possa apparire a chi pensa che su questo punto si gioca la partita del rilancio economico italiano.

La questione è molto più complessa

Jobs Act – il testo a oggi

Il testo che passerà alla Camera nei prossimi giorni sembra voler raccogliere istanze filo imprenditoriali in realtà veicola un’idea del lavoro che non tiene conto delle realtà del sostrato sociale italiano:

1) importantissimo è che in Italia il lavoro si trova per conoscenza ed interessamento di qualcuno, altri da chi effettivamente cerca lavoro: Chi cerca lavoro, giovane, anziano, donna, bambino, che sia, interessa prima di tutto il gruppo sociale di appartenenza e relative ramificazioni di rete. Chiede, prega, si applica diversamente a quanto avviene in Europa. In Europa basta presentare una domanda e nella maggior parte delle volte, le porte si aprono e si mette alla prova il richiedente. In Italia non funziona così, non c’è tanta facilità. Forse oggi non ce ne più tanta neanche in Europa ma generalmente funziona ancora così.  Quindi in Europa maggiore facilità di trovare lavoro.

Tuttavia è vero che le proiezioni ISTAT sulla condizione demografica europea non sono incoraggianti. Nel corso dei prossimi 35 anni si prospetta un consistente invecchiamento della popolazione in Europa; lo scenario principale delle proiezioni demografiche di Eurostat (EUROPOP2013) fornisce un contesto per i possibili sviluppi in questo senso. Le proiezioni suggeriscono che l’invecchiamento demografico porterà a un aumento della popolazione di età pari o superiore ai 65 anni dell’UE-28, la quale passerà dal 18,2 %, registrato all’inizio del 2013 al 28,1 % entro il 2050, mentre la quota della popolazione in età lavorativa scenderà dal 66,2 % al 56,9 %. Di conseguenza, la popolazione in età lavorativa diminuirà di quasi 40 milioni di persone.

Se oggi ci sono 4 persone in età lavorativa per ogni persona di 65 anni, nel 2050 avremo solo 2 persone in età lavorativa per ogni persona di 65 anni. Il problema è anche e principalmente Europeo. Questo non giustifica il peggioramento del mercato del lavoro e l’aumento dei disoccupati rispetto agli occupati. E’ già a prima vista una contraddizione nei termini.

La condizione femminile, tra l’altro in Italia, rispetto al mercato del lavoro, è ancora tremendamente in svantaggio: rispetto ai lavoratori maschili, le donne hanno registrano una sovraistruzione rispetto all’impiego realmente ottenuto. Sono sempre I dati ISTAT a dirlo.

E leggiamoli questi dati ISTAT

Dal 2008 in Europa sono diminuiti gli occupati di circa 5 milioni, soprattutto uomini. La flessione ha interessato la gran parte dei paesi membri, con alcune eccezioni di rilievo. In Germania l’occupazione, dopo aver registrato una battuta d’arresto nel 2009, è tornata ad aumentare dal 2010, come riflesso della ripresa dell’economia. Andamenti simili si riscontrano anche nel Regno Unito, in Austria, in Belgio, sia pure con dinamiche meno accentuate. L’Italia, invece, si trova nel gruppo di paesi che alla fine dei quattro anni mostrano un saldo negativo. Nel 2010, quando in Germania, Francia e Regno Unito si era osservata una crescita dell’occupazione, nel nostro Paese si è solo ridotto il ritmo della discesa, nel 2011 si è registrato un incremento ma di entità modesta, seguito nel 2012 da un nuovo calo. Nel complesso, rispetto al 2008 l’occupazione è diminuita di oltre mezzo milione di persone (-506 mila, pari a -2,2 per cento). I tassi di occupazione italiani, già distanti dalla media Ue27 prima della recessione del 2008, si sono così ulteriormente allontanati.

Differenze tra paesi si osservano anche per la disoccupazione. Nel nostro Paese il tasso di disoccupazione si è mantenuto più basso della media Ue27 fino alla primavera del 2012, per poi superarlo. Dal 2008 i disoccupati sono aumentati complessivamente di oltre il 60 per cento, del 30,2 per cento solo nel 2012 (oltre 600 mila unità). Molta della crescita dell’ultimo anno è dovuta ai lavoratori che hanno perso il lavoro e ne cercano uno nuovo (sei casi su dieci) ma una parte non esigua è ascrivibile all’aumento di chi, prima inattivo e con precedenti esperienze di lavoro, ha deciso di cercare lavoro e di chi è in cerca di prima occupazione, in entrambi i casi soprattutto donne. Quanto alle età, più della metà della crescita è dovuta ai 30-49enni, ma il divario tra questi e i giovani di 15-29 anni in termini di tassi di disoccupazione si è ampliato ed è pari nel 2012 a ben 16 punti percentuali a sfavore dei più giovani.

Con la crisi si sono accentuate anche le differenze territoriali: la quota dei disoccupati meridionali sul totale, diminuita fino al 2011, ha ripreso a crescere nell’ultimo anno; la differenza dei tassi tra Nord e Mezzogiorno è aumentata di circa 2 punti percentuali tra il 2011 e il 2012 – il tasso di disoccupazione si è attestato al 7,4 per cento nel Nord e al 17,2 per cento nelle regioni meridionali.

Questo che vuol dire ? Semplicemente che dal centro in su ed in Europa è molto più semplice trovare lavoro, sia esso primo, secondo, terzo, o qualsivoglia.

Guardando i dati dal punto di vista disoccupazionale sappiamo che contestualmente si è allungata la durata della disoccupazione:

le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi aumentano dal 2008 di 675 mila unità, raggiungendo il 53 per cento del totale. Si tratta di un livello molto elevato, anche nel confronto con gli altri paesi europei (44,4 per cento nella media Ue27). La durata media della ricerca si è portata a 21 mesi nel 2012. Il dato sottende differenze forti tra territori – 15 mesi nel Nord e 27 mesi nel Mezzogiorno – e per tipologia – la durata media per le persone in cerca di prima occupazione è di 30 mesi.

La crescita della disoccupazione si è accompagnata, come documentato nel primo capitolo, a una marcata riduzione dell’area dell’inattività. Da un lato ci sono più giovani e soprattutto più donne che partecipano, dall’altro, meno adulti vanno in pensione. Le donne, in particolare, contribuiscono alla riduzione dell’inattività nel 2012 in sette casi su dieci.

Il numero di persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo si avvicina ai 6 milioni di individui se ai disoccupati si sommano le forze di lavoro potenziali. Si tratta di 3 milioni e 86 mila individui che si dichiarano disposti a lavorare anche se non cercano oppure sono alla ricerca di lavoro ma non immediatamente disponibili e per questo inclusi tra gli inattivi Tra le forze di lavoro potenziali è aumentata la quota di quanti dichiarano come motivazione della mancata ricerca lo scoraggiamento: non si cerca più un lavoro perché si ritiene di non poterlo trovare e, anche in questo caso, il fenomeno interessa soprattutto le donne, in particolare nel Mezzogiorno.

ISTAT

Quindi il licenziamento facile senza tutele di reintegro finirà inevitabilmente per peggiorare il quadro della disoccupazione, principalmente in Italia e nel Sud d’Italia poi.

Art. 18 e posto fisso : rullino e digitale

2) L’impoverimento generale conseguenziale andrebbe in linea opposto alle politiche degli 80 euro, i quali da soli non bastano a sostenere famiglie magari di 5 persone. Un lavoratore che si è impiegato per 20 anni e poi improvvisamente viene licenziato sarà costretto a trovare lavoro perdendo i 20 anni di professionalità Trovando un nuovo lavoro per tre anni non avrà le tutele necessarie e se non supera il periodo, si vedrà costretto a ripetere l’esperienza perdendo il valore aggiunto della propria personale esperienza, costretto a competere con i giovanissimi con cui probabilmente non avrebbe mai voluto venire in urto, costretto a pensare alla propria famiglia in chissà quali termini.

L’aggiustamento dei mercati del lavoro europei è avvenuto, oltre che con la contrazione del numero degli occupati, anche attraverso l’espansione dei contratti ad orario ridotto. Contestualmente si è modificata la propensione a ricorrere al lavoro temporaneo. Dopo che nella prima fase della crisi i lavoratori a termine sono stati i primi ad essere espulsi dai processi produttivi, in molti paesi europei l’incidenza del lavoro temporaneo sta crescendo. L’Italia ha seguito queste tendenze. La figura  che segue mostra la combinazione delle variazioni del tasso di occupazione e dell’incidenza dei contratti a termine nel quadriennio tra il 2008 e il 2012 nei principali paesi europei. Nel secondo quadrante si trovano la Germania e la Polonia che hanno mantenuto o addirittura aumentato i loro tassi di occupazione senza incrementare il ricorso al lavoro a termine. L’Italia si colloca nel quadrante opposto, insieme ai paesi scandinavi, alla Francia e al Regno Unito, dove la riduzione del tasso di occupazione si è accompagnata, sia pure con gradazioni diverse, all’aumento della quota del lavoro temporaneo. In Spagna, come anche in Grecia e Portogallo, la profondità della crisi ha portato a una marcata riduzione dei tassi di occupazione che ha colpito in misura rilevante il lavoro a termine e, a differenza di quanto accaduto nei paesi del terzo quadrante, non si è determinata negli ultimi due anni una ricomposizione dell’occupazione verso queste posizioni.

ISTAT 2

Si legge dal rapporto Istat che in particolare, nel nostro Paese la riduzione dell’occupazione del 2012 (69 mila unità in meno pari a -0,3 per cento) si è accompagnata non solo all’accentuazione della polarizzazione tra tipologie contrattuali, ma anche a una ricomposizione a sfavore delle professioni più qualificate, dei giovani e dei lavoratori delle classi di età centrali.

Si riduce, infatti, l’incidenza degli artigiani e degli operai specializzati, ma anche quella delle professioni qualificate mentre aumentano quelle esecutive nelle attività commerciali e nei servizi (soprattutto addetti all’assistenza personale e commessi) e le non qualificate. All’interno delle professioni qualificate, il gruppo dei dirigenti e imprenditori, alla fine dei quattro anni perde ben 449 mila unità (pari a -42,6 per cento), quasi 100 mila solo nell’ultimo anno, nella maggior parte dei casi piccoli imprenditori e dirigenti d’impresa.

Io spero che il governo e le Associazioni imprenditoriali vogliano tenere conto di questi dati.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...