REPORT SULLA CAMPANIA – lunedì 13 ottobre 2014

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Lunedì 13 ottobre 2014 – Ore 11
ORDINE DEL GIORNO
  1. Discussione sulle linee generali delle mozioni Scotto ed altri n. 1-00537 e Pisicchio n. 1-00609 concernenti iniziative per il rilancio economico e occupazionale del Mezzogiorno, con particolare attenzione alla situazione della Campania

MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE PER IL RILANCIO ECONOMICO E OCCUPAZIONALE DEL MEZZOGIORNO, CON PARTICOLARE ATTENZIONE ALLA SITUAZIONE DELLA CAMPANIA

  MOZIONE N.1

 

La Camera,
premesso che:

i dati emersi dall’ultima rilevazione del primo trimestre 2014 di Unioncamere Campania segnalano il rafforzarsi di una tendenza pesantemente negativa. Tra cessazioni di imprese, procedure fallimentari e aziende avviate alla liquidazione il saldo è di nuovo fortemente negativo nell’immediato ma con una pesante tendenziale conferma. Dati impressionanti che portano al 28 per cento (4 per cento in più della media nazionale) le procedure fallimentari e un aumento di oltre il 50 per cento di aziende in procedura di liquidazione e/o di scioglimento. Il dato ancor più negativo che colpisce è la tendenza fortemente incrementata di cessazione di attività nelle società di persone e i fallimenti nelle società di capitale;
analogo indicatore giunge dalla relazione sull’economia campana per il 2013 realizzata da Banca d’Italia. Indicatori che confermano una tendenza all’accentuarsi dei profili di negatività delle dinamiche occupazionali ed economiche in Campania. La relazione di Banca d’Italia consente di cogliere in profondità gli elementi di regressività ormai strutturalmente indotti nel sistema economico campano e i riflessi sulle condizioni di povertà di larghissimi strati della popolazione;
caratteristiche più puntuali sul tema dell’occupazione ovvero della disoccupazione strutturale, in netto e tendenziale aumento, pervengono dalla relazione Istat relativa al primo trimestre del 2014. Il tasso di disoccupazione sale dal 22,2 per cento del primo trimestre 2013 al 23,5 per cento del primo trimestre 2014;
gli indicatori economici della Campania si rivelano essere drammatici;
a questa tendenza si associano i dati sulla dinamica occupazionale, sulla cessazione dei rapporti di lavoro e sul costante aumento del livello di disoccupazione. Un tasso di occupazione stimato al 40 per cento che fa della Campania la regione al livello più basso ed inferiore di 17 punti della media nazionale;
non servirà certo ad invertire questa tendenza consolidata il programma Youth Guarantee, che, presentato anche in Campania dall’attuale assessore regionale al lavoro, rischia di diventare, per come è stato costruito e per come sono orientate le modalità di spesa, non un’occasione di rilancio per le politiche pubbliche per il lavoro, ma un’occasione per imprese e agenzie private, che riceveranno gran parte dei finanziamenti. Il rischio reale è che sia, soprattutto in Campania e nel Mezzogiorno, un meccanismo per finanziare le agenzie private, in crisi per la caduta della domanda, piuttosto che uno strumento di orientamento e per favorire il reddito e l’occupazione dei disoccupati, in questo caso giovani;
l’insieme di questi profili negativi porta la regione Campania a caratterizzarsi, nella vicenda economica e sociale del Paese, al punto più basso della sua storia produttiva, economica e sociale;
eppure la Campania – e con essa l’attuale Governo regionale ormai prossimo alla scadenza naturale – possedeva tutte le condizioni per affrontare le dinamiche della crisi economica e soprattutto evitare un declino che appare oggi difficilmente recuperabile;
come già aveva rilevato la Banca d’Italia nel suo rapporto congiunturale sulla Campania del 2013 «nuove opere previste dal Piano di azione per la coesione e un più rapido avanzamento nell’utilizzo dei fondi dell’Unione europea, concentrati in misura significativa nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali, potrebbero contrastare il calo degli investimenti pubblici»;
la regione Campania nel marzo 2010, con il ricambio alla guida di Palazzo Santa Lucia da parte dell’attuale presidente, Stefano Caldoro, disponeva di una dotazione finanziaria enorme, di varia provenienza;
non era stato approvato, per scelte politiche dell’allora maggioranza di Governo e del Ministro dell’economia e delle finanze pro tempore Tremonti, dal Cipe nell’anno precedente il programma attuativo regionale dei vecchi fondi Fas, oggi Fondo per lo sviluppo e la coesione, con una dotazione finanziaria di circa 4,3 miliardi di euro. Una dotazione finanziaria, quindi, pressoché intatta, se si esclude l’allora previsione, contenuta nel decreto-legge relativo alla chiusura dell’emergenza rifiuti, di coprire, per 350 milioni di euro, i costi di realizzazione dell’impianto di Acerra. Erogazione poi avvenuta direttamente da parte del Ministero dello sviluppo economico a valere su queste risorse;
la dotazione finanziaria complessiva (Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo e Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale) della programmazione 2007-2013, per l’insieme dei programmi, si attestava in circa 10 miliardi di euro, comprensiva del cofinanziamento e si trovava di fatto solo allo stadio iniziale, in buona parte programmata ed impegnata su attività e progetti per la gran parte condivisa con gli attori locali. Tra di essa trovava spicco la dotazione infrastrutturale sui trasporti e alcuni programmi come il «Più Europa» e il programma per la città di Napoli;
vi era ancora una dotazione finanziaria cospicua risalente alla programmazione 2000-2006 e fatta di risorse cosiddette liberate per l’utilizzo nell’ambito di quella programmazione dei cosiddetti progetti coerenti su cui erano finanziati, in parte, lavori che non si erano conclusi al 30 giugno 2009, data di conclusione della certificazione del programma 2000-2006;
si tratta di una regione che veniva certamente da una fase estremamente difficile, passata attraverso la gravissima situazione dei rifiuti;
la scelta compiuta nel 2010, con le norme contenute nel decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, per affrontare le procedure conseguenti allo sforamento del patto di stabilità del 2009, di fatto, hanno reso impraticabile qualsiasi utilizzo delle risorse disponibili come strumento anticiclico nella gravissima situazione economica che stava raggiungendo il suo culmine. Una scelta, quella imposta dalle norme ed applicata rigidamente dal governo regionale, che ha prodotto un disastro nell’intero territorio regionale. Sono stati bloccati, di fatto, tutti i cantieri avviati negli anni precedenti, impianti di depurazione, reti fognarie, reti ferroviarie e reti stradali, opere pubbliche dei comuni e l’intero programma dei fondi europei. Investimenti di grande impatto e si citano a titolo di esempio il blocco della commessa per la realizzazione di nuovi treni in appalto alla Firema o la costruzione nella penisola sorrentina di un modernissimo impianto di depurazione. Nello stesso tempo nuovi investimenti, come quelli che importanti gruppi industriali pensavano di realizzare, come i gruppi Ferrarelle e Doria, a cui la precedente amministrazione regionale aveva approvato, con lo strumento del contratto di programma regionale, le proposte presentate, venivano bloccati per poi essere riavviati solo nell’ultimo anno;
è la stessa Banca d’Italia nella sua ultima relazione che coglie questo aspetto e ne segnala le conseguenze: «Un più tempestivo utilizzo delle disponibilità finanziarie provenienti dai Fondi strutturali dell’Unione europea avrebbe potuto attenuare gli effetti del calo della domanda interna. Il rispetto degli ambiziosi obiettivi di potenziamento della competitività dell’economia regionale, programmati all’avvio del ciclo 2007-2013, ne avrebbe oggi rafforzato le prospettive di ripresa»; del resto, l’evidenza del blocco assoluto delle risorse europee a partire dal 2010 la si ritrova nella contrazione del prodotto interno lordo regionale che, proprio in questi anni, assume un dato che tracima, pari al 5 per cento superiore alla media nazionale;
per non citare l’assoluta assenza di peso politico ed amministrativo in vicende come quelle che in questi anni hanno coinvolto le realtà d’impresa collegate al gruppo Finmeccanica, oltre che le polemiche nei confronti di aziende come Ansaldo, per ritardi sui lavori in corso e/o su problemi manutentivi del materiale rotabile consegnato nell’area napoletana, come puro elemento di discolpa per il dramma in cui è stato fatto precipitare l’intero sistema dei trasporti regionale. Una così pesante dinamica negativa nel settore del trasporto pubblico che diventa un ulteriore elemento aggiuntivo per i cittadini per gli elevati costi connessi all’utilizzo dei mezzi di trasporto in questa regione (mediamente il 3 per cento in più della media nazionale). Nel 2013 sono, inoltre, peggiorati i giudizi sul servizio di trasporto pubblico locale. In Campania, la quota di popolazione che ha utilizzato i trasporti pubblici locali è diminuita rispetto all’anno precedente per tutte le tipologie di mezzo: autobus (-1,7 per cento), pullman extraurbano (-2,9 per cento), treno (-1,9 per cento);
con la sostanziale soppressione della bigliettazione integrata e il ritorno a quella di azienda, è venuta meno l’idea e la possibilità che l’integrazione tra le aziende fosse un elemento che consentiva ai cittadini e utenti di disporre di un servizio collettivo ed unitario;
del resto, è lo stesso meccanismo che recentemente la giunta regionale ha approvato, deliberando di indire procedure di gara per l’affidamento dei servizi di trasporto, su gomma, su ferro e su mare, procedendo ad uno spacchettamento dell’offerta. Una proposta inaccettabile, che collide con ogni idea di integrazione e di riduzione delle strutture societarie ed in assoluta controtendenza con ogni ipotesi di riorganizzazione del sistema del trasporto pubblico che è in corso di realizzazione nel Paese. Si tratta di una proposta priva, inoltre, di ogni meccanismo di salvaguardia per i lavoratori e con una dotazione finanziaria assolutamente insufficiente;
il blocco ha operato, di fatto, su lavori e sugli investimenti in corso di realizzazione, con impegni giuridicamente vincolanti assunti prevalentemente o dalla precedente amministrazione regionale e/o da una duplicità di soggetti attuatori (enti locali, Asi, strutture straordinarie di Governo ed altri). La conseguenza ulteriore è che questa decisione ha alimentato un contenzioso amministrativo e giuridico tra istituzioni e con le imprese. I costi legali che si sopporteranno per la ripresa di queste attività, come è già evidente nel settore dei trasporti, rischiano di superare, in molte occasioni, il valore degli investimenti che dovevano essere realizzati;
nel corso di questi anni, il blocco totale degli investimenti pubblici in conto capitale ha intensificato un processo di deindustrializzazione, già presente in Campania, né è possibile ipotizzare che la politica industriale sia sinonimo di privatizzazioni, in un quadro in cui da oltre 15 anni non c’è nessuna politica industriale e pubblica che riguardi il nostro Paese, senza contare che con la crisi economica si è ulteriormente accentuato il divario tra l’industria campana e il resto del Paese. Il valore aggiunto industriale (dati Istat) è diminuito del 20 per cento, il doppio della media nazionale che è del 10,8 per cento;
è praticamente scomparso tutto il settore degli appalti ferroviari, presenza industriale significativa a livello regionale, che invece, a ridosso degli investimenti attivati nel decennio precedente, era riuscita a tenere un suo livello di occupazione e di attività produttiva; così come, per l’assenza di politiche nazionali e regionali di sostegno, lo stesso settore del termalismo vive serie e profonde difficoltà;
come segnala anche l’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla Campania, tra le realtà produttive che nel 2007 contavano almeno mille addetti, sono praticamente nulli i segnali di ripresa del settore automotive e cantieristica (che ha perduto oltre il 70 per cento dell’export). Sono crollate tutte le attività di produzione non metallifere, conseguenti al crollo dell’edilizia e nell’area della provincia di Caserta è praticamente scomparsa quasi interamente l’industria di produzione elettronica;
paradossale, se non drammatica, appare invece tutta la vicenda collegata al porto di Napoli e alle attività collegate a questo settore. Mentre prosegue la perdita di peso commerciale delle realtà portuali campane e la costante perdita di flussi di viaggiatori, le vicende collegate alla decisione di destinare attraverso lo strumento del grande progetto risorse europee per l’adeguamento dello stesso sono inesorabilmente bloccate. Come bloccata è tutta la struttura di governo dell’autorità portuale, commissariata. Come bloccata è rimasta la stessa necessità di realizzare nell’area di Castellammare il nuovo bacino per Fincantieri. Occorre una vera politica di sostegno alla cantieristica, cosa che altre amministrazioni regionali praticano costantemente, e non sporadici spot;
in questo quadro i segnali positivi che vengono o dall’agroalimentare (produzioni casearie, ortofrutticole e cerealicole), da preservare ed incrementare come filiera a partire dalla valorizzazione e diffusione della cultura e delle pratiche gastroeconomiche connesse alla «dieta mediterranea», o dall’abbigliamento, soprattutto quello di alta gamma, incidono poco dato il numero non elevato di addetti sul totale della regione. Mentre fa storia a sé il settore aerospaziale (Alenia in particolare), sul quale pesano le scelte del gruppo dirigente uscente di Finmeccanica e di quello costretto ad uscire a seguito di inchieste giudiziarie. Scelte segnate, in Campania come in altre parti del Paese, dall’indebolimento progressivo delle componenti industriali nel settore ferroviario;
perfino quando con l’intervento del Ministro per la coesione territoriale pro tempore, Fabrizio Barca, nel 2012 venivano resi liberi spazi finanziari consistenti fuori al patto di stabilità e si ridefinivano e riprogrammavano le risorse europee e si riallocavano le risorse ex Fas nel Fondo per lo sviluppo e la coesione, quelle somme non sono poi state concretamente erogate ed immesse nel circuito economico regionale. Vi è un dato che segnala ulteriormente questa incapacità ed è rilevabile dall’allegato al recentissimo Documento di economia e finanza del Governo Renzi sugli interventi nelle aree sottoutilizzate. La Campania raggiunge appena l’1,22 per cento di attuazione della programmazione;
si tratta di una regione che si è caratterizzata per un livello di inefficienza clamorosa. Basti pensare a come si è operato sul versante rifiuti. Al presidente della regione Campania, con il decreto-legge n. 196 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 277 del 2010, sono stati conferiti i poteri per nominare commissari per realizzare discariche, impianti di compostaggio e termovalorizzatori. Sono stati nominati circa 15 commissari. In quasi quattro anni non solo non è stato avviato un lavoro, ma, tranne in un caso, non sono state neanche aggiudicate o bandite gare e individuate aree. Si è solo prodotto un conflitto insanabile con le popolazioni e le comunità locali su annunci di possibili interventi;
la Campania, le amministrazioni locali ed i cittadini hanno visto cumularsi agli effetti della crisi economica internazionale – con un governo regionale, detentore delle leve finanziarie pubbliche, travolto da inconsistenza ed incapacità amministrativa – faide intestine al ceto politico di centrodestra ed una vergognosa assemblea elettiva coinvolta in decine di provvedimenti giudiziari,

impegna il Governo:

   a intraprendere le opportune iniziative affinché il Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica verifichi ed esegua con continuità il monitoraggio dei programmi di attuazione e spesa della programmazione 2007-2013 della regione Campania, per evitare, nelle more dell’effettiva funzionalità dell’Agenzia per la coesione territoriale, qualsiasi possibilità di disimpegno delle risorse già assegnate;
ad assicurare che l’istituita Agenzia per la coesione territoriale, per la programmazione 2014-2020, operi, anche con le nuove risorse umane assegnate dalle disposizioni di legge, al di fuori di ogni forma di condizionamento e nell’autonomia operativa necessaria ad assumere le funzioni previste, stabilendo che l’intero costo della tecno-struttura che i contribuenti pagano sia legato al valore che essa produce, stimabile attraverso la definizione di un sistema di indicatori che consenta di rendere realmente misurabili i risultati, al fine di evitare ulteriore spreco di danaro pubblico;
ad assumere iniziative per predisporre un apposito documento di programmazione e finanza sul Mezzogiorno e sulla Campania che, alla luce della nuova programmazione 2014-2020 dei Fondi strutturali e della programmazione 2014-2020 del Fondo per lo sviluppo e la coesione e di quanto delineato con la legge di stabilità per il 2014, dia unitarietà e coerenza a nuove politiche di sviluppo e di lavoro;
a predisporre, nel citato documento di programmazione e finanza sul Mezzogiorno, le linee guida di salvaguardia dell’apparato produttivo ancora esistente e una nuova politica industriale nel Mezzogiorno e in Campania su cui orientare risorse ed investimenti per il prossimo decennio;
a definire negli strumenti della programmazione 2014-2020 l’utilizzo di parte delle risorse del Fondo sociale europeo per realizzare politiche attive di lavoro e inserimento professionale nei confronti dei giovani disoccupati meridionali nei campi del turismo sostenibile, dei beni culturali e della fruizione degli stessi, dell’innovazione tecnologica e dei servizi sociali, che devono essere volti ad incrementare e ammodernare i sistemi di welfare nel rispetto della cittadinanza di genere, escludendo meccanismi di intermediazione formativa;
a riservare in ogni caso alla regione Campania parte della dotazione disponibile nella programmazione 2014-2020 sia dei Fondi strutturali che del Fondo per lo sviluppo e la coesione per le politiche per il riassetto ambientale, alla luce dell’eventuale emergenza connessa al cosiddetto rischio Vesuvio ed alle conseguenze prevedibili non soltanto sul versante della protezione civile.
(1-00537)
«Scotto (Sel), Giancarlo Giordano(Sel), Ferrara(Sel), Fratoianni(Sel), Bossa(PD)».
(del 11 luglio 2014, oggi in discussione)

 MOZIONE N.2

 La Camera,
premesso che:

come rilevato a più riprese anche da parte dei più alti vertici istituzionali, tra le incompiutezze dell’unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni è il divario tra Nord e Sud e dunque la condizione del Mezzogiorno, che si colloca al centro delle preoccupazioni e responsabilità nazionali. Rispetto a questa questione, che tarda a ricevere risposte adeguate, pesa certamente l’esperienza dei tentativi e degli sforzi portati avanti a più riprese nei decenni dell’Italia repubblicana e rimasti senza risultati risolutivi, ma pesa anche l’oscurarsi della consapevolezza delle potenzialità che il Mezzogiorno offre per un nuovo sviluppo complessivo del Paese e che sarebbe fatale per tutti non saper valorizzare;
purtroppo il Mezzogiorno, a pochi mesi dalla fine del 2014, è ancora il cuore del problema per la soluzione della «questione Italia»;
nelle anticipazioni del rapporto 2014 sull’economia del Mezzogiorno, presentato a luglio 2014 alla Camera dei deputati, la Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, disegna ancora una volta un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretratezza;
nel 2013, infatti, il divario di prodotto interno lordo pro capite è tornato ai livelli di dieci anni fa: 16.888 euro nel 2013 contro i 16.511 del 2005. Ciò è da attribuire non tanto ai livelli di produttività dell’area, che nel periodo di crisi 2008-2013 mostrano una sostanziale stazionarietà, quanto ad una preoccupante diminuzione del tasso lordo di occupazione. Negli anni di crisi 2008-2013 i consumi delle famiglie sono crollati quasi del 13 per cento, gli investimenti nell’industria addirittura del 53 per cento, i tassi di iscrizione all’università tornano ai primi anni 2.000 e per la prima volta il numero di occupati ha sfondato al ribasso la soglia dei 6 milioni, il livello più basso dal 1977. Nel Mezzogiorno si continua a emigrare, non fare figli e impoverirsi: in cinque anni le famiglie assolutamente povere sono aumentate di due volte e mezzo, da 443 mila a 1 milione e 14 mila nuclei;
in base alle valutazioni Svimez, nel 2013 il prodotto interno lordo è crollato nel Mezzogiorno del 3,5 per cento, approfondendo la flessione del 2015 (-3,2 per cento), con un calo superiore di quasi due punti percentuali rispetto al Centro-Nord (-1,4 per cento). Si tratta del sesto anno consecutivo in cui il prodotto interno lordo del Mezzogiorno registra segno negativo. Il peggior andamento del prodotto interno lordo meridionale è dovuto, soprattutto, ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti;
a livello regionale nel 2013 si è registrato un segno negativo per tutte le regioni italiane, a eccezione del Trentino-Alto Adige (+ 1,3 per cento) e della stazionaria Toscana (0 per cento). Anche le regioni del Centro-Nord sono tornate a segnare cali significativi, come l’Emilia-Romagna (-1,5 per cento), il Piemonte (-2,6 per cento), il Veneto (-3,6 per cento), fino alla Valle d’Aosta (-4,4 per cento). Nel Mezzogiorno la forbice resta compresa tra il -1,8 per cento dell’Abruzzo e il -6,1 per cento della Basilicata, fanalino di coda nazionale. In posizione intermedia la Campania (-2,1 per cento), la Sicilia (-2,7 per cento), il Molise (-3,2 per cento). Giù anche Sardegna (-4,4 per cento), Calabria (-5 per cento) e Puglia (-5,6 per cento). Guardando agli anni della crisi, dal 2008 al 2013, profonde difficoltà restano soprattutto in Basilicata e Molise, che segnano cali cumulati superiori al 16 per cento, accanto alla Puglia (-14,3 per cento), la Sicilia (-14,6 per cento) e la Calabria (-13,3 per cento). Il divario tra la regione più ricca e la più povera è stato nel 2013 pari a 18.453 euro: in altri termini, un valdostano ha prodotto nel 2013 oltre 18 mila euro in più di un calabrese;
il rapporto 2014 Svimez, commentando i dati negativi anche del Centro-Nord, ritiene che «sicuramente non è in crisi per colpa del Sud ma rischia di non uscirne finché non si affronta e non si risolve il problema del Mezzogiorno, in quanto una domanda meridionale così depressa ha inevitabili effetti negativi sull’economia delle regioni centrali e settentrionali»;
le due aree del Paese sono strettamente connesse; del resto, è ampiamente testimoniato dagli andamenti demografici, il Centro-Nord continua ad attrarre significativi flussi di popolazione che si spostano dalle regioni meridionali. I dati del 2013 confermano la grave crisi demografica del Sud; nel 2013 la popolazione meridionale è calata di circa 20 mila unità a causa della ripresa delle emigrazioni verso il Centro-Nord e verso l’estero, oltre al calo delle nascite che anch’esso risulta essere particolarmente rilevante. Tra il 2001 e il 2013 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord oltre 1.559.100 meridionali, a fronte di un rientro di 851 mila persone, con un saldo migratorio netto di 708 mila unità. Tali flussi migratori acquistano ancora più importanza se si pensa agli effetti che avranno sulla capacità del Sud di riprendersi e di intraprendere un nuovo percorso di sviluppo e di crescita. Si allontanano dalle regioni di origine i giovani in età riproduttiva e dotati di elevate conoscenze e competenze professionali e intellettuali, quindi le conseguenze negative si rivelano su due fronti: da una parte si pregiudica l’evoluzione demografica dell’area meridionale, dall’altro il Sud viene privato di quelle competenze indispensabili per la crescita economica;
nel 2013 il Mezzogiorno ha toccato il suo minimo storico per quanto riguarda il numero dei nati: 177 mila, il valore più basso dall’Unità d’Italia. Purtroppo il Sud perde progressivamente popolazione, anno dopo anno. La fecondità femminile si attesta a quota 1,36 figli per donna, cifra lontana dal 2,1 nati per coppia che garantirebbe la stabilità demografica. Il Centro-Nord, invece, ha visto una crescita a quota 1,46 figli per donna, grazie anche all’apporto riproduttivo elevato delle donne straniere;
per la Svimez nel 2013 la povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2012 del 2,8 per cento contro lo 0,5 per cento del Centro-Nord. Anche per questo i consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, arrivando a ridursi, nel 2013, del 2,4 per cento, a fronte del -2 per cento delle regioni del Centro-Nord. Dal 2008 al 2013 la caduta cumulata ha sfiorato nel Mezzogiorno i 13 punti percentuali (-12,7 per cento), risultando di oltre due volte maggiore di quella registrata nel resto del Paese (-5,7 per cento). Particolarmente colpiti i consumi alimentari (-14,6 per cento contro il -10,7 per cento del Centro-Nord) e le spese per vestiario e calzature, cadute del 23,7 per cento, quasi il doppio che nel resto del Paese (-13,8 per cento);
tutti i settori economici del Meridione hanno risentito della crisi, toccando il picco nel settore delle costruzioni, che ha ridotto il prodotto del 35,3 per cento contro il 23,8 per cento del Centro-Nord. Nel comparto terziario la perdita è stata nel 2013 del 2,3 per cento nel Sud, a fronte di una sola leggera flessione (-0,4 per cento) al Centro-Nord. L’agricoltura perde lo 0,2 per cento al Sud, mentre il Centro-Nord guadagna +0,6 per cento; l’industria crolla del 7,6 per cento al Sud e del 3,2 per cento al Centro-Nord. Dal 2008 al 2013 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 27 per cento del proprio prodotto e ha più che dimezzato gli investimenti (-53 per cento);
«il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale – è scritto nel rapporto Svimez – con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente»;
il fondo per lo sviluppo e la coesione ha assunto la sua denominazione in forza del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, che detta disposizioni in materia di risorse aggiuntive e interventi speciali per la rimozione di squilibri economici e sociali. Il fondo ha la finalità di dare unità programmatica e finanziaria all’insieme degli interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese;
in tale quadro, le risorse del fondo sono destinate al finanziamento di progetti infrastrutturali strategici – sia di carattere materiale sia di carattere immateriale – di rilievo nazionale, interregionale e regionale, che si inquadrano nell’ambito di una strategia nazionale che individua i principali interventi di interesse, in termini di miglioramento infrastrutturale, del sistema Paese, aventi natura di grandi progetti o di investimenti articolati in singoli interventi, funzionalmente connessi per consistenza progettuale ovvero realizzativa, in relazione a obiettivi e risultati quantificabili e misurabili, anche per quanto attiene al profilo temporale;
l’articolazione pluriennale del fondo, coerente con quella dei fondi europei, è volta a garantire l’unitarietà e la complementarietà dei processi di programmazione e attivazione delle relative risorse, tenendo conto delle programmazioni. L’articolo 1, commi 6 e seguenti, della legge n. 147 del 2013 (legge di stabilità per il 2014) ha determinato in 54,810 miliardi di euro la dotazione aggiuntiva del fondo per lo sviluppo e la coesione per il periodo di programmazione 2014-2020, disponendone l’iscrizione in bilancio per l’80 per cento di tale importo, pari a 43,848 miliardi di euro. La medesima disposizione, nel contempo, ha indicato la nuova chiave di riparto delle risorse tra le aree territoriali del Paese, assegnando al Mezzogiorno l’80 per cento dell’importo complessivo, per un valore iscritto in bilancio conseguentemente pari a 35,078 miliardi di euro e la restante quota, pari a 8,770 miliardi di euro, al Centro-Nord;
la norma di legge non dispone, invece, in ordine al riparto tra le amministrazioni centrali e le amministrazioni regionali, né definisce più puntualmente le quote di destinazione del fondo medesimo tra diversi ambiti tematici, salvo indicare che una quota pari al 5 per cento del fondo possa essere destinata a interventi di emergenza con finalità di sviluppo (corrispondente a 2,192 miliardi di euro);
la legge, infine, ha iscritto in bilancio, a fronte del complessivo importo, gli stanziamenti per il primo triennio, determinandoli in 50 milioni per il 2014, 500 milioni per il 2015 e 1.000 milioni per il 2016; per gli anni successivi, la quota annuale sarà determinata dalla tabella E delle singole leggi di stabilità;
il comma 8 dell’articolo 1 della legge n. 147 del 2013 ha disposto che entro il 1o marzo 2014 il Cipe avrebbe dovuto effettuare la ripartizione programmatica tra le amministrazioni interessate della quota relativa all’80 per cento delle risorse. Adempimento che non risulta ancora attuato;
con delibera n. 21 del 2014 è stata disposta, a valere sulla programmazione 2014-2020, una preallocazione pari a 1.143 milioni di euro, destinata alle regioni del Mezzogiorno per compensare le medesime regioni della sottrazione di disponibilità delle risorse del fondo per lo sviluppo e la coesione per la programmazione 2007-2013, ad esse sottratte in relazione ai ritardi nell’assunzione delle obbligazioni giuridicamente vincolanti. Le assegnazioni di legge di cui sopra e questa assegnazione assorbono la quasi totalità delle dotazioni dei fondi assegnati in bilancio nel triennio;
i contratti istituzionali di sviluppo sono stati introdotti dall’articolo 6 del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, quale strumento generale di attuazione della programmazione del fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020 e sono stati utilizzati anticipatamente anche nella programmazione in corso (2007-2013), in forza della delibera del Cipe n. 1 dell’11 gennaio 2011. Destinati a regolare i rapporti tra le amministrazioni centrali (con poteri di coordinamento attribuiti all’autorità politica delegata per la coesione territoriale), le regioni e i grandi concessionari nazionali (Ferrovie dello Stato italiane-Rete ferroviaria italiana ed Anas), per la realizzazione di grandi infrastrutture di rilievo strategico, essi stabiliscono: tempi e modalità di attuazione, impegni reciproci per garantire il rispetto del cronoprogramma, sanzioni e poteri sostitutivi per le ipotesi di inadempienza;
la normativa impone che i contratti istituzionali di sviluppo siano sottoscritti, per la parte pubblica, dalle autorità politiche (Ministri e presidenti di regione), in uno con apposite intese preliminari. Nell’esperienza sin qui fatta, l’intesa che ha preceduto ciascun contratto istituzionale di sviluppo è stata sottoscritto dai Ministri per la coesione territoriale, dell’economia e delle finanze, delle infrastrutture e dei trasporti, dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dei beni e delle attività culturali e del turismo; mentre i contratti istituzionali di sviluppo veri e propri (articolato e allegati tecnici) sono stati firmati da: Ministro per la coesione territoriale, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, presidenti di regione (di volta in volta interessati) e concessionari nazionali (Ferrovie dello Stato italiane-Rete ferroviaria italiana, per le ferrovie; Anas, per le strade);
allo stato, sono stati sottoscritti 4 contratti istituzionali di sviluppo, previsti dalla delibera Cipe n. 62 del 3 agosto 2011: tre per opere ferroviarie (Napoli-Bari-Lecce-Taranto; Salerno-Reggio Calabria e Messina-Catania-Palermo) ed uno per un’infrastruttura stradale (Sassari-Olbia). Soltanto per la «Salerno-Reggio Calabria» (ferroviaria) e la «strada statale Sassari-Olbia» (stradale) il fabbisogno finanziario risulta integralmente coperto;
il 2 agosto 2012 il Ministro per la coesione territoriale, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, le regioni Campania, Basilicata e Puglia, Ferrovie dello Stato italiane e Rete ferroviaria italiana hanno sottoscritto il contratto istituzionale di sviluppo, che riguarda l’esecuzione di lavori sull’intera tratta ferroviaria Napoli-Bari-Lecce-Taranto, il cui costo è pari a 7.116 milioni di euro per 22 interventi. Le disponibilità ammontano a 3.532 milioni di euro,

impegna il Governo:

   ad affrontare con determinazione tutte le problematiche rilevate nel Mezzogiorno e ad assumere ogni opportuna iniziativa per porre in essere azioni incisive di politica economica per sostenere e rilanciare la crescita e l’occupazione del Sud dell’Italia, che appare evidente essere l’unica strada concreta per una vera ripresa che interessi tutta l’Italia;
a confermare nel disegno di legge di stabilità per il 2015 un congruo stanziamento del fondo di sviluppo e coesione che permetta di completare il finanziamento necessario a realizzare il contratto istituzionale di sviluppo che riguarda l’intera tratta ferroviaria Napoli-Bari-Lecce-Taranto;
a sollecitare la rapida adozione da parte del Cipe della ripartizione programmatica tra le amministrazioni interessate delle risorse aggiuntive del fondo per lo sviluppo e la coesione.
(1-00609) «Pisicchio (gruppo misto ex CD)».
(del 9 ottobre 2014, oggi in discussione)

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