Harmaghedon : il Pd spodestato – Lo scontro finale

Harmaghedon – LO SCONTRO FINALE

 

 

E alla fine lo scontro c’è stato. Nonostante gli appelli all’unità dell’ “ex giovane turco” (così lo definisce Il Tempo) Matteo Orfini,  nonostante le lamente dell’ottimo “Massimo leader Pd” (D’Alema) si siano in fondo limitate a non venire fuori più che da un semplice contesto di una cena romana “seminformale” tra “scontenti” piddini, autodefinitisi “minoranza di sinistra”, nonostante gli attacchi di Pier Luigi Bersani  destatosi dal torpore della “responsabilità” e resosi conto che la situazione merita una “responsabilità d’attacco” alla Landini, e tuttavia comunque porte aperte al dialogo, nonostante i nervi a fior di pelle di tutti ma contenuti molto in un “polliticaly correct” d’antan…. nonostante uttto ciò, i preludi sembrano da battaglia finale.

Si va al voto, dunque, così stabilisce il Big Matteo “Renzusconi” eroso anche lui dalmale costituzionale del partito democratico : “I 101” così si chiama la malattia !

E dunque il buon Matteo, per non fare la fine di Giosia a Megiddo, (e il mito oggi e più che mai attuale e dunque ancor più pericoloso), decide di ricorrere alle urne e chiama le sue truppe alla battaglia.

 E lo dice la Bibbia: il ritorno di Giosia potrebbe essere vincente, lui torna per riprendere la sua terra.  Ma se siamo al primo capitolo o al secondo questo non è dato saperlo.

 I Jobs Act  sarebbero, dunque solo un pretesto, perchè altri anelano al ruolo di Giosia, ” il ritorno”: lo smacchiatore di giaguari, ad esempio.

2 pensieri su “Harmaghedon : il Pd spodestato – Lo scontro finale

  1. L’idea è quella di evitare un partito “personale”, nel senso di circondarsi di persone pronte a dire sì e basta, sempre e comunque, ma che a volte, poi, non ti dicono neanche come realmente stanno le cose. Nell’instaurare questo tipo di relazioni si corre il rischio di perdere il contatto con la realtà. Però è anche vero che un partito necessita di un indirizzo unitario, di qualcuno che prenda decisioni e si assuma “responsabilità”. E deve essere “uno solo” a farsi carico delle esigenze di collaboratori o votanti, deve saper prendere, almeno di tanto in tanto, le redini in mano, o avere un uomo/donna di fiducia cui ragionare “in solitudine” – diciamo. Insomma Berlinguer ascoltava la base ma era un leader, voglio dire mica lo contestavano così tanto dall’interno del suo partito, quando prendeva decisioni importanti. Gli si facevano tutti dietro e lo sostenevano e si preoccupavano, poi, loro, come base, di spiegare al contatto diretto con i cittadini, il senso di quella decisione. Io penso che sia una questione della famosa “identità valoriale”, quella che genera fiducia e affidamento. E’ ciò che vado predicando da un po’ di tempo negli scritti sulla “comunicazione” che ho postato. La leadership politica, mostra di adoperare abbastanza bene i social network ma in realtà come comunicazione valoriale ed identitaria c’è bene poco, e manca un contatto diretto con il cittadino che risponde e vuole soddisfazione della partecipazione. Matteo Renzi ha capito bene questa cosa, ma il mezzo è ancora “giovanissmo” – internet, pc, social network – e deve ancora bene entrare nella “mentalità” più diffusa dell’opinione pubblica. C’è un salto generazionale notevole, oggi, cosa che in passato non c’era. Il vecchio è totalmente diverso dal nuovo. E l’uno tende a “ridicolizzare” l’altro, procurando una frattura già nelle cose, frattura che poi attua una pressione sulla politica. Questo punto è importante per capire come poi diventa difficile gestire l’unità in presenza di “multimentalità”. Alora l’unica soluzione è proprio la “fiducia” e l’ “accountability” che deve essere caratteristica principale di un leader politico, oggi. Vedi anche Berlusconi che nonostante tutto – inchieste, svelamenti ecc… – gode di un folto pubblico di afficionados. Bersani in questo è stato molto più bravo di Renzi – non per niente vinse le primarie – perchè gode di molta più accoountability rispetto a Renzi, il quale tuttavia è molto più in sintonia con la modernità di Bersani, più classico nei toni. L’unione dei due fa “il politico perfetto” !!!

  2. Le menti ragionano in maniera diversa, lo scontro è ovvio, scontato, inevitabile.
    L’unico problema è che certi scontri te li aspetti con gente che è all’opposizione non nel tuo stesso partito. L’opposizione interna può far bene, ma in queste situazioni è molto pericolosa.. fa crollare i governi, fa perdere voti.
    E non si può neanche pensare di avere 100 partite tutti con idee simili o diverse.. la dissolvenza del voto sarebbe inaccettabile e non permetterebbe la governabilità della nazione.
    Da come la sto vedendo io in questo momento non vedo vie di uscite… siamo fregati!!

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