Bersani: “Segreteria unitaria? Prima si discuta su cosa è oggi il Pd. Ma 100 teste meglio di una”

bersani ansa

 

ROMA – Bersani non molla sui principi. Per lui politica, ma soprattutto il partito è un collettivo e invita il premier ad ascoltare di più i territori.

Lo scorso 7 settembre, l’ex segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani era in piedi, tra la folla, attento e silenzioso, ad ascoltare Matteo Renzi che, chiudendo la Festa Dem a Bologna, annunciava l’intenzione di comunicare giovedì la nuova segreteria del partito, auspicandola come “unitaria”, con la “responsabilità in capo a tutti”. Per due motivi: “Io da solo non ce la faccio – aveva spiegato il leader dem -. E i veti non sono accettabili: non possiamo passare tempo a litigare”.

Quattro giorni dopo, è proprio Bersani che si mette di traverso, con dovizia di argomenti. “Non si parli di gestione unitaria se non c’è prima una discussione su cosa è il partito in questo momento”, spiega l’ex segretario rispondendo alle domande dei giornalisti sull’eventuale allargamento della segreteria del partito alla minoranza dem. Perché per Bersani “una gestione unitaria si può cominciare solo se c’è una riflessione comune sul tema partito, cioè su come si organizza nel momento in cui è al governo”.

“E’ ora di fare il punto sul Pd”, dunque, e di individuare, secondo Bersani, un metodo di lavoro che punti sulla collegialità: “Dieci o 100 teste ragionano meglio di una”. Altrimenti, “è inutile parlare di gestione unitaria del partito: la frase ‘gestione unitaria’ la puoi pronunciare solo se c’è una riflessione comune sul tema del partito”. Il punto dunque non è la composizione della segreteria: “Il segretario si fa la sua segreteria, punto. E non ci saranno preclusioni da parte mia o di altri affinché siano utilizzate le migliori energie, comunque la pensino”.

Bersani sottolinea che la sua è la richiesta per una “riflessione senza magliette, con un documento aperto su cui discutere nei territori, e poi in un appuntamento nazionale, su come dare forza al partito nel momento in cui è al governo e non c’è il finanziamento pubblico”. Un documento che “tocca al segretario” predisporre e sul quale la minoranza “è pienamente disponibile a discutere e contribuire”.

Riprendendo poi la frase di Renzi sul “non aver pensato neanche un nanosecondo alle dimissioni” da segretario dopo aver assunto la presidenza del Consiglio, Bersani commenta: “Io non ci avrei pensato un nanosecondo a dimettermi, ma non sto chiedendo le dimissioni di Renzi: il partito ha deciso e va bene così”. Tuttavia, ribadisce ancora l’ex leader, “dieci o cento teste ragionano meglio di una”.

E il Pd, secondo Bersani, è chiamato a ragionare a fondo sulla propria identità in rapporto al tema dei tagli al budget dei ministeri per ridurre la spesa pubblica. Premettendo di voler evitare “polemiche preventive”, Bersani fissa comunque un paletto ben più che simbolico: “Un partito come il Pd non può tradire il welfare e l’universalismo della Sanità. Può rendere più efficiente il sistema, ma non può tagliare i servizi”. Comunque, ribadisce, “non affidiamoci alle voci, aspettiamo di vedere come si chiude l’anno, le basi che ci darà la Ue, la proposta che farà il governo. Certo – conclude – quando si parla di 16, 18, 20 miliardi, si è al limite del sostenibile”.

( Ansa – Repubblica )

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