Quando la sensibilità ha il suo merito

Mafalda

Ricordo che quando ero ancora una bambinetta –  pochi anni fa! – mi capitò di fare un temuccio a scuola, credo fossi in quinta elementare, sull’economia europea. Ricordo bene che non esitai un attimo ad esprimemere tutto quanto già pensavo all’epoca. Consegnai per prima e fu una scrittura di getto, immediata. Forse conservo ancora una copia. Potrebbe trattarsi addirittura degli anni a cavallo della terza elementare ma non sono tanto sicura, dovrei andare a controllorare tra le mie scartoffie conservate ormai nel box sotto casa.

Ricordo però perfettamente quale fosse il mio pensiero già all’epoca.  Ero fermamente convinta che l’Europa fosse attraversata da gelosie nazionali. Leggevo già i giornali e mi ero fatta un’idea precisa. Sapevo che si parlava di unità Europea da tempo  e proprio negli anni che vanno dal ’70 al ’79 finalmente cominciava prendere corpo l’idea. All’epoca c’era il serpente monetario che anticipò l’avvento dello sme meno vantaggioso, e pochi erano i paesi aderenti. In sostanza l’Europa si riduceva ad un contratto di coesistenza e “facilitazioni” tra l’Italia, la Francia, la Germania, il Benelux ed i Pesi Bassi.

Mi interessavo molto alla materia perchè mi stavo formando una coscienza, oggi si direbbe “nazionalista” ma forse sarebbe più preciso definirla “patriota”. Avevo il nonno che era stato partigiano e aveva combattuto in Abissinia prima di essere riformato, grazie alla legge Mussolini, perchè diventato padre di 4 figli, di cui il 4° maschio. Raccontavano spesso di questa gioia in famiglia. La mia nonna mi raccontava molte storie affascinanti che stimolavano molto il mio interesse e la mia immaginazione di bambina. Lei mi diceva sempre che la guardavo con grandi occhi attenti e la boccuccia aperta. Vivevo molto con i miei nonni, me li sono goduti appieno.

Insomma ne venne fuori una buona dose di “amor patrio”, forse unica nel suo genere.

Ritornando al tema … quel tema di elementari, quel giorno mi vide tirar fuori un’idea precisa di Europa, prima ancora che mostrasse i cedimenti attuali.

Secondo il mio pensiero dell’epoca, nonostante non ci fossero grossi limiti ai cambi di moneta, nonostante la sovranità nazionale imperasse incontrastata, nonostante la lira attuasse felicemente ed agevolmente  i suoi giochi di equilibrista, l’Europa non era avviata bene sulla strada dell’equità tra gli Stati. Pensavo che la Francia competesse troppo spudoratamente con l’Italia soprattutto per quanto riguardava l’agricoltura e la produzione dei vini in particolar modo, e che la Germania facesse pesare troppo il suo “ordine” che in Italia si traduceva in “caos” ma secondo il mio pensiero quel caos italiano era funzionale e salutare mentre “l’ordine germanico” poteva essere affascinante nel quotidiano ma in economia non era tanto benefico. Pensavo che ci fossero troppe gelosie sull’Italia da parte degli Stati esteri, in quanto paese bello, pieno di iniziative soprattutto imprenditoriali, pieno di creatività e con una posizione geografica invidiabile. Non ero convinta che le cose si mettessero bene ed auspicavo un intervento italiano per dare una giusta direzione a quella che comunque ritenevo una “grandissima idea geopolitica”. A quel tema presi dieci e la coccardina rossa e me ne tornai a casa tutta contenta a raccontarlo ai nonni miei bellissimi.

Purtroppo fui anche preveggente.

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