Ma l’Italia quanto è social ! L’uso dei social network da parte della Pubblica amministrazione

 

 

 

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L’uso dei social network da parte delle pubbliche amministrazioni corre il rischio di diventare un’altra vetrina ad uso e consumo della visibilità. Ciò, però, è vero solo in parte. Perchè se le pubbliche amministrazioni hanno sempre interpretato la scena mediatica come un immenso circo pubblicitario, è anche vero che con l’avvento dell’era digitale molte delle antiche modalità di promotion politica sono venute meno o almeno hanno trasformato schema, adeguandosi alla nuova interpretazione ed affermazione della comunicazione soprattutto, appunto, politica. Gran parte di questo rinnovamento o rinnovato abitus mentale lo si deve alla legge 241/90  ma molto ha fatto, e ancora di più, lo stesso dilagare del web, che automaticamente ha contenuto i messaggi comunicazionali nel corretto rapporto relazionale di spazio partecipativo. Resta da fare tanta strada, questo è palese.
L’uso del web da parte delle amministrazioni locali è partito in sordina e con basso profilo, ben più di quanto non sia accaduto per le amministrazioni centrali, che devo ammettere, in questo, hanno fatto non solo da battistrada e apripista ma anche hanno fornito esempio formativo ed informativo.
Di più, l’imput è arrivato proprio dalle istituzioni centrali con le modifiche e le innovazioni legislative ad hoc. Le amministrazioni che hanno imparato a dialogare tra loro via web sono una delle migliori prassi messe in campo negli ultimi anni, complice la globalizzazione che spinge necessariamente verso la maggiore accessibilità e trasparenza, non potendo più essere ignorate.

E così le amministrazioni territoriali si sono affacciate ai social network con sempre più frequenza anche se il loro sguardo allo stato dei fatti è ancora molto timoroso, esitante, dettato più dalla curiosità ed incertezza che da un uso spratichito della comunicazione 2.0. Più facile sembra, anche se bloccata dalle tensioni che si snocciolano intorno i dibattiti sulla privacy degli anni tremila, è l’accesso alla comunicazione 3.0. Ma siamo veramente ai prodromi anche per alcune, una minoranza davvero, amministrazioni centrali, frenate più dai disagi economici della crisi che da un’opposizione reale ai dati aperti.

Leggevo e riportavo già tempo fa, e solo ora mi viene a mente, che in America si è aperto un filone di pensiero che guarda al neoliberismo come una mercificazione dei servizi pubblici. Jo Bates nel 2012 sostenne che iniziative aperte come OGD [ Open Governative Documents, in pratica OpenData] emergono in un processo storico che si snoda non su un terreno neutrale. Come per tutte le iniziative politiche, gli open data non sono semplicemente di buon senso finalizzati ad una buona organizzazione sociale ma piuttosto sono sostenute da una ideologia politica ed economica. Il movimento dei dati aperti è varia e composta da una serie di circoscrizioni con diversi ordini del giorno e finalità non guidato semplicemente dall’indirizzo governativo. Tuttavia, Bates fa il caso che il movimento open data, nel Regno Unito almeno, avevano poca trazione politica fino a quando le grandi imprese hanno iniziato a impegnarsi attivamente per i dati aperti, e le iniziative di governo aperto hanno iniziato a inserirsi in programmi di austerità forzata con relativa mercificazione dei pubblici servizi. Per lei, i partiti politici e le imprese si sono appropriati del movimento dei dati aperti su ” conto di interessi capitalistici dominanti sotto le spoglie di un’agenda di trasparenza” ( Bates 2012) .
In altre parole, la vera agenda di affari è interessata ai dati aperti per ottenere l’accesso a dati costosi a nessun costo, e quindi ad un supporto infrastrutturale fortemente sovvenzionato pubblicamente da cui possono trarre profitto, mentre allo stesso tempo ottengono una parziale, se non totale, rimozione del settore pubblico dal mercato degli open data indebolendo la sua posizione di produttore di tali dati. Infatti, in tali condizioni, gli enti pubblici hanno maggiori probabilità di essere costretti ad esternalizzare servizi al settore privato su base competitiva o cedere la produzione di dati per il settore privato a nessun costo (Gurstein 2013). Gli eventi legati a Wikileaks e casi di spinaggio internazionale vari, come quello perpetrato ai danni della Cancelliera Merkel, evidenziano i lati oscuri della vicenda senza regole certe e socialmente sostenibili, infervorando il dibattito sulla privacy ed accessibilità. Ma c’è anche da aggiungere che poiché i dati aperti spesso riguardano attività proprie di un organismo, non di megadati come quelli dei casi internazionali (ma anche nazionali) citati, soprattutto se completato da indicatori chiave di performance, facilitano la riforma del settore pubblico e della sua riorganizzazione in chiave neoliberista, generando un nuovo ethos sulla gestione pubblica e da parte degli interessi del settore privato ( McClean 2011; Longo 2011).
A questo punto l’ordine del giorno “trasparenza” promossa da politici e imprese, in generale, è un semplice dispositivo retorico, se non si è sinceramente interessati alla trasparenza, sostiene Bates, che viaggia in parallelo con il diritto di movimento dell’informazione (libertà di informazione, movimentazione dell’informazione) ed il lavoro degli informatori (Janssen 2012), anche allentando le catene dei diritti di proprietà intellettuale più in generale (Shah 2013). Una circolazione delle informazioni, in pratica, veloce e scorrevole. Governi e imprese risultano generalmente ancora molto resistenti ad entrambi. In Italia, devo dire onestamente, c’è una tendenza diversa negli ultimi anni, soprattutto grazie al lavoro incessante e generoso di tanti intellettuali, ricercatori, professori ed esperti del settore, che portano il nostro paese su una posizione avanzata rispetto a tanti altri paesi occidentali: c’è un’approccio più semplificato e “aperto” agli aspetti riguardanti la gestione degli archivi digitali.

L’eccellenza la fornisce, però, il Parlamento Europeo con il suo “archivio digitale”, trasparente e disponibile al massimo.

Ma gli Open Data potrebbero essere considerati un semplice aspetto tecnico di innovazione e gestione del futuro amministrativo/sociale, correlato anche al più grande problema del digital divide, se lo sguardo passa attravero il filtro dell’immediatezza e velocità. Con questi indicatori e variabili, il web 2.0 è il campo più grande, immenso direi, delle opportunità.

Sui social network, recentemente, Giovanni Arata ha pubblicato una interessantissima ricerca per la rivista Il Mulino (marzo 2014) basandosi sui dati raccolti usando l’aggregatore #socialpa. Si tratta di un progetto che vede coinvolti molti dipendenti pubblici che lavorano nel settore delle comunications.

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Ne risulta una PA poco presente e partecipativa su twitter ma anche su tutto il livello social
Il numero degli account (tralasciando il dato sulla reperibilità, identità, attendibilità e autorevolezza, cui si rimanda in altra sede), risulta complessivamente in numero di 1670 pagine (non sono evidenziati i gruppi) su facebook, e 400 account su Twitter che registrano per contro 21 milioni di utenze su facebook e 5 milioni su twitter, con una incidenza in percentuale inferiore allo 0,01% sul totale nazionale. Ancora ridotte appaiono le dimensioni del fenomeno riguardo gli enti territoriali: solo 3,9% i Comuni dotati di un account twitter e 18,5% quelli con una pagina facebook.
La Campania è presente con 8 grandi Comuni, 26 Enti medi, 41 Enti piccoli-medi, 54 enti piccoli per un totale di 129, ossia l’1,6%.
Ciò che evidenzia la ricerca è il risultato di valore, molto interessante : l’ “uso asociale dei social”, la
“mancata valorizzazione delle funzioni di ascolto e dialogo offerte da facebook e twitter”,  ad esempio, la non adeguata competenza nei retweet, risposte e condivisioni, insomma manca il liguaggio corrente delle piattaforme dialogiche, sono scarsissimi i racconti in presa diretta (livetweeting), forte la logica del broadcast e pubblicità on line, si regista una continua generazione di contenuti riportati dai siti web seccamente, c’è una limitata competenza alle grammatiche sociali, una cura saltuaria che seconda la logica dei grandi eventi. Insomma “la mera trasposizione di schemi provenienti dal mondo analogico, con una scarsa comprensione quindi delle peculiarità dell’ambiente digitale e delle opportunità innovative ad esso collegate”

Mi sembra opportuno aggiungere, infine, che per valutare l’effettiva incidenza e rispondenza dei siti web della PA, i funzionari del Ministero per la Funzione Pubblica, hanno avviato un protocollo “e-Glu” per l’accessibilità ed accountability amministrativa italiana. Una interessante inziativa da cui si attendono risultati.

 

 

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