Dalle Camere di Commercio al Forumpa, i nodi della riforma della pubblica amministrazione

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Sull’abolizione delle Camere di commercio, più di una voce si è sollevata contro. Il lavoro di questi organismi fin’ora è stato oberoso e meritorio, sembra. Le certificazioni sull’antimafia delle aziende e imprese, gli aiuti burocratici e non per le start up, la consulenza imprenditoriale e commerciale, la rete per le attività ne hanno disegnato un profilo onorevole. Certo le Camere di Commercio sono anche partecipate, posseggono quote di imprese e si sostengono con queste, oltre agli emolumenti Statali. Il taglio alle Camere di Commercio, inserito nella riforma della pubblica amministrazione, del 50% sui diritti che le imprese pagano annualmente alle Camere di commercio, ha aperto uno iato profondo nel dialogo istituzionale tra i soggetti interessati. Le Camere di Commercio lamentano di aver creato uniformità, o almeno averci provato, nei territori a più basso impatto di sviluppo.
La voce si alza alta anche da Confindustria. In definitiva lo snellimento della pubblica amministrazione origina proprio dalla relazione sofferta che spesso si vive o si è vissuto nei territori , tra imprese e pubblica amministrazione soprattutto locale. Il ruolo delle Camere di Commercio è quello di fungere da cuscinetto.
“In Italia il sabotaggio della crescita appare sistematico e va rimediato” se il Paese vuole uscire dalla crisi. Lo ha affermato il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, intervenendo all’assemblea di Federchimica a Milano
“Non esiste luogo al mondo che richieda 7 anni – aggiunge Squinzi – per autorizzare un negozio, 15 anni per un supermercato, 11 per decidere di non autorizzare un rigassificatore, 170 giorni in media per incassare una fattura dalla pubblica amministrazione”. Il presidente di Confindustria denuncia anche “conferenze dei servizi, comitati contro gli investimenti, ipertutele ambientali assurde, rigidità sindacali fuori dal tempo e una burocrazia che sembra compiacersi nel rallentare gli investimenti e distruggere i posti di lavoro”.

La riforma della P.A. Giunge proprio per dirimere queste controversie. Ma se anche il Forum della Pubblica Amministrazione denuncia alcune incongruenze, effettivamente qualcosa andrebbe rivisto.
Ad esempio, innanzitutto, vediamo il ricambio generazionale, la cosiddetta ‘staffetta’. Attraverso l’abolizione del trattenimento in servizio (della possibilità cioè di restare al lavoro oltre l’età di pensione) che libererà 15 mila posti per i giovani, pare non sia così efficace come sembra. L’Ufficio stampa del ForumPa ha pubblicato una ricerca approfondita sullo stato del pubblico impiego in Italia, arricchendolo di un’analisi compartiva con il sistema pubblico di altri due Paesi europei: Francia e Gran Bretagna. La Ricerca “Pubblico impiego: una rivoluzione necessaria” è scaricabile integralmente sul sito http://www.forumpa.it

La riforma dovrebbe introdurre anche novità sulla mobilità per gli ‘statali’ (obbligatoria fino a 50 chilometri) e dimezzare il monte ore dei distacchi e permessi sindacali (dal prossimo primo agosto) . In realtà sembra che la cosa sia totalmente inesistente, si registra che il 99,4% dei dipendenti pubblici non ha mai cambiato “posto di lavoro”, e probabilmente non intende farlo. Solo sei lavoratori su mille si sono spostati da una amministrazione a un’altra dello stesso comparto, mentre sono addirittura solo otto su diecimila gli impiegati che hanno cambiato comparto. Non a caso, dunque, la norma che fa più discutere nella Riforma Renzi – Madia (di cui si aspettano i primi testi ufficiali) è quella sulla mobilità. A parere di chi scrive probabilmente la cosa risulterebbe superflua in quanto non può opporsi alla volontà di un dipendente di cambiare o meno sede di lavoro. Basterebbe invece, secondare, con velocità, le richieste volontarie di mobilità, e già si avrebbe un buon risultato di ricambio in termini lavorativi. Ma proseguendo oltre al dato sulla mobilità, la Ricerca ci consegna la fotografia di una forza lavoro caratterizzata da bassa scolarizzazione, scarsa flessibilità, come già detto, oltre ad una percentuale altissima degli over 50 che si rispecchia inoltre in una dirigenza pagata, in proporzione al reddito medio nazionale, molto più che altrove in Europa.

“La nostra Pubblica amministrazione – spiega Carlo Mochi Sismondi, Presidente FORUM PA introducendo la Ricerca – dopo più di due decenni di riforme, si trova ad aver dato un importante contributo in termini di risparmi attraverso una sostanziale diminuzione della massa salariale e una spasmodica e a volte autolesionista ricerca degli sprechi da tagliare, ma di non aver risolto i suoi squilibri strutturali e quindi di essere non tanto inefficiente quanto inefficace a rispondere ai bisogni attuali”.

Le competenze sono il vero punto di svolta e la vera rivoluzione apprezzabile di questa riforma. Oggi il digitale e la digitalizzazione sono elementi non più prescindibili. Il governo che si avvia alla modernizzazione del paese, ben conosce questo stato di fatto. Ed in effetti il governo Renzi è un governo che ha molta attenzione alla problematica e tenta di “svecchiare” di molto le strutture obsolete, in termini di operatività che di “cassette degli attrezzi” alla operabilità. L’obbligo per le pubbliche amministrazioni alla interazione digitale è ormai entrata nell’Agenda dei territori in primis. E questo era il dato più difficile da implementare. Eppure pare che poco si sia raggiunto, data la fotografia dello stato delle cose. E’ dai tempi delle riforme Bassanini che si prospettava il futuro digitale e modernizzatore della PA. Ora finalmente, con la riforma Madia, siamo alla più completa attenzione verso questo aspetto non più rinviabile ma da implementare in modo sistematico. La pubblica amministrazione è lo snodo della costruzione sociale di questo avvio di terzo millennio

Andrea Lisi al webinar del 25 giugno 2014 su Attuazione del codice PA, a che punto siamo ?
Andrea Lisi al webinar del 25 giugno 2014 su Attuazione del codice PA, a che punto siamo ?

 

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