PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ALLA PROVA DEI NUMERI

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I numeri della PA italiana non sarebbero così tragici se non la facesse da padrone il dispendio di risorse umane ed economiche che per contro fanno lievitare il peso del costo sociale nel gestire i public affairs

Ciò si traduce in scarsità di servizi e inefficienza che troverebbe riscontro nel numero non elevatissimo della forza lavoro totale della pubblica amministrazione.

Sappiamo così che a fronte di 3.344.000 unità di impiegati pubblici italiani (‐4,8% rispetto al 2009) in Francia sono 5.509.800 (+0,1%) e in UK 5.703.000 (‐7,6% tenendo conto delle riorganizzazioni avvenute).

Cos’è dunque che rende la nostra pubblica amministrazione così obsoleta e la sua percezione così cattiva da doverne denunciare uno sfascio quotidiano?

Se ne è parlato al FORUMPA, il Forum annuale della Pubblica Amministrazione, lo scorso 28 maggio con Michele Bertola, già Direttore generale del Comune di Monza, Cinisello Balsamo, Cesena e Legnano, Giorgio Mattarella, Capo dell’Ufficio Legislativo del Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, Renato Ruffini, Giovanni Vallotti, Alessandro Bacci, Valerio Talamo e Gianfranco D’Alessio. Tutti dirigenti e professori universitari in materia.

Titolo del convegno era: Dirigenti pubblici protagonisti delle riforme.

La cattiva governance dell’intero apparato amministrativo influisce negativamente sul sociale e sulla qualità della vita di ogni singolo cittadino.

Quindi il dito viene puntato contro le riforme affinchè siano buona riforme. L’ultima di Brunetta non ha riscosso molto successo.

Ma la pubblica amministrazione diventa un punto nodale in quanto impoverirla o lasciarla in balia degli eventi, di momentanee politiche d’indirizzo o di un non ben definito disegno complessivo genera quel mostro temutissimo e dannosissimo della corruzione, che sta diventando un vero e proprio virus endemico del sistema paese.

Il problema principale sembra essere proprio la qualificazione e la competenza che potrebbe essere le medicine primarie da somministrare ad un “paziente tanto riottoso” al cambiamento di mentalità, o per dirla con un termine di moda, alla “svolta”.

Da una lettura attenta ed esperta come quella di Bertola è emerso il dato più significativo di tutti: i laureati della pubblica amministrazione italiana sono poco rappresentati. Sul totale dei dipendenti pubblici (30,5% contro il 45% in UK e il 50,7% in Francia) l’istruzione è “debole” anche in ruoli che richiederebbero un titolo di studio superiore (il 49% degli impiegati pubblici amministrativi che si trovano in un posto che richiederebbe una laurea non sono laureati, contro il 4% nel mercato privato).

Eppure ancora nessuno ha pensato ad uno scorrimento automatico dei ruoli all’interno dell’organico PA. Un simile tipo di approccio potrebbe semplificare di molto i costi e l’attitudine all’efficienza dei servizi, che ancora non è possibile percepire nell’esplicazione dei compiti amministrativi.

Altri dati ci dicono che i contratti di collaborazione coordinata e continuativa e assimilati si sono ridotti del 54% dal 2007 al 2012 (registrando un calo netto di 44mila unità), ma al blocco si è sopperito in parte con un contemporaneo aumento degli incarichi libero professionali e di consulenza passati nel 2012 a 70.884 contro i 45.747 del 2007 (+55%; + 25mila unità). E pensare che era proprio quello che la Riforma Brunetta voleva combattere per andare in linea con la legalità,  il risparmio e la trasparenza.

In realtà questi dati ci raccontano un’altra storia ben più triste: l’impiegato pubblico, spesso proprio quello qualificato, non viene utilizzato e il più delle volte è demotivato se non addirittura vessato. Al suo posto viene preferita e prevista una consulenza – anche dispendiosa – esterna. Ma non era stata abolita? E allora se nella pubblica amministrazione gli impiegati sono poco qualificati e di loro non ci si fida, perchè i  dispendiosi concorsi “esterni”?

Un nodo che la riforma Renzi, prima o poi dovrà affrontare, presumibilmente venerdì, a quanto pare.

Già all’appuntamento del Forumpa dello scorso anno Luca Attias parlò di valorizzazione delle risorse umane. Ecco, la digitalizzazione e modernizzazione della PA non può avvenire senza la valorizzazione del lavoro e delle persone ad esso preposto. Questo è il motivo di una sempre più richiesta qualificazione e specializzazione, che non deve solo essere intesa come settorialità o competenza di nicchia ma come attitudine alla funzione propria nel quadro più generale delle funzioni pubbliche. Vuol dire organicità e uniformità ma anche flessibilità e modernizzazione di tutto l’apparato amministrativo, orientato alla efficacia delle politiche implementate o da implementare.

Vuol significare dare proprio un taglio lineare alla propensione alla corruzione, tagliare alle radici il sistema d’intreccio tipico delle società che tendono all’involuzione.

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3 pensieri su “PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ALLA PROVA DEI NUMERI

  1. “aumento degli incarichi libero professionali e di consulenza passati nel 2012 a 70.884 contro i 45.747 del 2007 (+55%; + 25mila unità)”. Unica voce di costo del personale pubblico in aumento. Gli altri costi sono appalti e acquisti.

    1. E già. Se pensiamo poi ai risparmi per arredo e ai servizi (addirittura in alcuni piccoli Comuni sono stati accorpate e ridotte sedi di ospedali !!!) ci rendiamo conto in quale direzione sta andando la “spending review” !

    2. E già. Se pensiamo poi ai risparmi per arredo e ai servizi (addirittura in alcuni piccoli Comuni sono stati accorpate e ridotte sedi di ospedali !!!) ci rendiamo conto in quale direzione sta andando la “spending review” !

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