119 miliardi ma poca efficienza

 

terra cocomeri

La filiera agroalimentare italiana, nel complesso, rappresenta l’8 per cento dell’export italiano, per un valore di 31,5 miliardi di euro. L’Italia è autosufficiente solo per la frutta fresca e il vino.
Secondo Nomisma, in base ai dati Eurostat e Istat, la nostra agricoltura non se la passa bene. Come siamo lontani dai tempi in cui l’Italia, paese agricolo per eccellenza, d’invidiabile posizione per la ricchezza della composizione dei terreni atti alla coltivazione, di millenaria esperienza nel comparto, segnava punti nella classifica dei paesi produttori di eccellenze alimentari.
Oggi un po’ tutti ci fanno lo sberleffo, nascostamente, perchè comunque le nostre produzioni agroalimentari restano uniche e invidiate da tutto il mondo. Ma economicamente il comparto non rende più come un tempo. Da cosa dipende?
Dipende dal fatto che non ci siamo andati troppo per il sottile nel contraffare per vendere sottocosto i nostri stessi prodotti; dal fatto che abbiamo lasciato che l’Europa ci facesse mandare al macero tonnellate di arance tarocche di Sicilia, o pomodori pugliesi e campani per compensare i finanziamenti europei, dalla poca serietà dimostrata nel conteggio delle quote latte, dal fatto che i coltivatori diretti non sono più tanto “diretti”, dal fatto che abbiamo lasciato che copie dei nostri prodotti tipici e unici venissero riprodotte un po’ ovunque nel mondo, dalla ancora poca informazione e conoscenza del e nel settore…
Le filiere fiore all’occhiello per l’Italia, che rappresentano l’eccellenza alimentare, restano l’olio d’oliva ed il vino, ciò dipende: dalla tutela sulla tracciabilità e originalità che si è riusciti ad ottenere in Europa per via della caratteristica di produzione che non può essere delegata in forma totalizzante a lavoratori occasionali, necessita di esperienza diretta, di una terra ed una esposizione tipica , e dalla riconoscibilità del marchio, dove le aziende “ci mettono nome e faccia”. Tutti questi elementi fanno di un prodotto, un prodotto di eccellenza.
La filiera agroalimentare contribuisce all’economia italiana con l’8,7 per cento del Pil e il 13,2 per cento degli occupati, vale a dire 119 miliardi di euro e 3,3 milioni di lavoratori occupati (fonte: Nomisma su dati Eurostat e Istat). Considerando tuttavia l’indotto, la filiera rappresenta il 14 per cento del Pil nazionale. Non è molto ma non è neanche poco.

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Cioccolato

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Una volta in Italia c’erano buone leggi a tutela delle specificità e salubrità dei prodotti. Adesso siamo leggermente contaminati dal “permissivismo” internazionale.

Il cioccolato poi, ha una sua storia personale. Nuovi scenari riguardo l’utilizzo di surrogati del burro di cacao si sono aperti in Europa, con l’introduzione della Direttiva 2000/36/CE recepita in Italia con il Dlgs. 178/2003. Con questa direttiva, i singoli stati membri possono utilizzare grassi vegetali diversi dal burro di cacao entro un limite massimo del 5%, senza modificare i requisiti compositivi minimi del cioccolato. Questo decreto, interessante se si considera che poche volte l’Europa ha dedicato un provvedimento riservato al singolo alimento, nasce con la volontà di tutelarlo, finendo poi per applicare delle disposizioni che sembrano favorire soltanto gli interessi delle grandi aziende del cioccolato. Perchè è molto facile contraffare o sostituire il burro di cacao con altro alimento, magari anche dannoso. Quando si vede scritto, nella composizione del cioccolato : burro di cacao, qualche dubbio bisogna farselo venire. Il punto è che oggi, quasi tutti I cioccolati sono fatti con burro di cacao, secondo la norma europea che ne facilita l’utilizzo, invece della “polvere di cacao”

Bisogna stare molto attenti sulle produzioni alimentari. Le normative europee sono da rivedere in linea di massima.

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Competitività

agricoltura
In Italia, poi,  ci sono caratteristiche che limitano il livello di efficienza e competitività: la estrema polverizzazione dell’offerta produttiva -legata ad agricoltura e industria poco concentrate, tanto che il valore della produzione italiana, per impresa, è il più basso tra i Paesi europei (26 mila euro/anno per gli agricoltori e 2 milioni di euro/anno per l’industria) – , un grado di concentrazione nella fase della distribuzione e commerciale non allineato ai principali Paesi europei (la distribuzione moderna in Italia conta 84 imprese per 100 mila abitanti contro le 31 della Germania, le 44 della Francia, le 46 dell’Inghilterra, ma le 85 della Spagna. Fonte: Nomisma su dati Eurostat) e la dipendenza dall’estero per molte produzioni agroalimentari, prima di tutto materie prime agricole, tanto che il saldo della bilancia commerciale è in negativo per 5,5 miliardi di euro.
Sono deficit strutturali, prodotti dalle recenti politiche, che si traducono in un’incidenza sul fatturato totale in Italia molto basso: ad esempio i grandi distributori Coop, Conad e Selex rappresentano il 34 per cento, contro il 53 per cento di Carrefour, Marcadona e Eroski in Spagna; il 54 per cento di Carrefour, Leclerc e Casino in Francia; il 61 per cento di Edeka, Rewe e Aldi in Germania e il 61 per cento di Tesco, Asda e Sainsbury’s in Inghilterra (fonte: Nielsen).

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Diciamocela tutta. Abbiamo bisogno di più politiche agricole per migliorare lo sviluppo in Italia.

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