L’Italia supera se stessa in politiche energetiche

fonte Camera Deputati

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Cosa vuol dire sviluppo sostenibile? Vuol dire la possibilità di proseguire nel progresso produttivo, industriale, infrastrutturale, economico, sociale …  e nello stesso tempo riuscire a non avere un impatto distruttivo sull’ecosistema-ambiente. Vuol dire armonizzare le risorse ambientali con la necessità degli aumentati standard di livello produttivo per il sempre crescente aumento della popolazione. …

E risparmio energetico, energia sostenibile, green economy … tutte queste espressioni cosa vogliono significare? Significano, in definitiva, la capacità (e la volontà, anche e soprattutto politica) di utilizzare tutte le risorse disponibili, senza eccedere nel consumo, ossia rallentando più che nella produzione, nell’utilizzo delle risorse per non “buttare via niente” …

Esempio: Se un paese produce il 100% di energia, ne utilizzerà il 100% e non l’80%, per dire. Oppure il surplus lo venderà ad altri.

Vuol dire anche che se un paese produce l’80% di energia, prima di rivolgersi ad altri paesi, troverà tutte le vie possibili nel proprio paese per aumentare la portata dell’energia senza costi di spese aggiuntive.

Questo è lo Sviluppo sotenibile!

Questo tipo di sviluppo si fonda molto sulle  energie rinnovabili, sul riciclo, sul riutilizzo, sulla ricerca di fonti alternative e  rappresenta la linea direttrice delle politiche energetiche del settore sia italiane che nel più ampio contesto europeo.

Per superare gli obiettivi di produzione rinnovabile europei (‘20-20-20’), realizzando contemporaneamente lo scopo di contribuire alla ripresa economica,

  • si impone il vincolo di contenere la spesa in bolletta che grava su imprese e famiglie, allineando il livello degli incentivi ai valori europei e spingendo lo sviluppo dell’energia rinnovabile termica, che ha un buon potenziale di crescita e costi specifici inferiori a quella elettrica;
  • occorre direzionare gli incentivi verso le tecnologie e i settori più virtuosi e sulla filiera economica nazionale, dal momento che le rinnovabili rappresentano infatti un segmento centrale di quella green economy che è sempre più considerata a livello internazionale un’opportunità per la ripresa economica.

Una delle cause degli alti costi dell’energia in Italia rispetto agli altri paesi è da ricercarsi nel peso degli incentivi alla produzione rinnovabile elettrica. Tali incentivi sono storicamente i più elevati d’Europa (ad esempio, gli incentivi unitari alla produzione fotovoltaica sono circa il doppio di quelli tedeschi), con un forte impatto sul costo dell’energia: circa il 20% circa della bolletta elettrica italiana (escluse imposte) è destinato a incentivi alla produzione tramite fonti rinnovabili (componente A3 della bolletta).

Con il D.L. 145/2013, c.d. Destinazione Italia  sono state previste numerose disposizione che vanno nella direzione di ridurre le bollette energetiche. In particolare, con l’articolo 1 (commi 3-6) si propone ai produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili , titolari di impianti che beneficiano di incentivi,  un’alternativa tra continuare a godere del regime incentivante spettante per il periodo di diritto residuo oppure optare per la fruizione di un incentivo ridotto a fronte di una proroga del periodo di incentivazione. In tal modo si cerca di ridurre il peso della componente A3 sulle bollette dei prossimi anni, senza effetti retroattivi sui contratti già stipulati.

Per quanto concerne gli obiettivi quantitativi riguardo alla diffusione delle energie rinnovabili in Italia, ci si propone di raggiungere il 19-20% dei consumi finali lordi (rispetto all’obiettivo europeo del 17%), pari a 23-24 Mtep di energia finale l’anno. L’Italia, attualmente ne consuma appena il 12%, ed in tutta l’area Euro solo la Danimarca è paese esportatore di energia alternativa. Aumentare il consumo di energie alternative vuol dire una riduzione di emissioni fino a 50 milioni di tonnellate di CO2.

Le grosse industrie maggiormente interessate ed investite da questa politica sono l’ENI, in primis, e la Telecom, ma restano coinvolti tutti i settori produttivi, come quello tecnologico, agricolo … e via via

I cinque principali produttori di energia nella UE a 28,  nel 2012 sono stati la Francia (con 133 Mtep, pari al 17% della produzione totale del UE28), Germania (124 Mtep, pari al 16%), Regno Unito (116 Mtep, ovvero il 15%), Polonia (71 Mtep, pari al 9%) e Paesi Bassi (65 milioni di tep, 8%). Insieme, essi rappresentavano il 64% dell’energia totale della produzione UE28.

La produzione di energie rinnovabili comprende biomasse, energia idroelettrica, energia geotermica, l’energia eolica e solare.

Il governo con questo Decreto ha in definitiva un po’ accolto tutti gli ordini del giorno in linea con gli obiettivi di ridurre sempre più la dipendenza dagli stati esteri in materia di fonti alternative.

L’Italia è ancora oggi priva di una politica energetica in grado di alleggerire la forte dipendenza dalle importazioni estere; gli alti costi energetici che ne derivano stanno mettendo in seria difficoltà l’apparato produttivo ed anche economico del Paese, che dipende per oltre l’80 per cento, per l’importazione di combustibili fossili, da altri Paesi;
 il quadro di riferimento deve essere necessariamente quello di una più generale pianificazione energetica che veda nella diversificazione delle fonti e delle aree di approvvigionamento, nella costruzione e nell’ammodernamento delle infrastrutture energetiche, nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e dell’efficienza energetica i punti fondamentali da cui ripartire per arrivare a disporre, in tempi relativamente brevi, di energia a basso costo, al pari degli altri Paesi europei” – dicono i deputati Allasia e Busin
Si rileva inoltre che in Italia, la bolletta energetica è del 18 per cento più alta rispetto alla media europea, dall’allineamento dei prezzi dei prodotti energetici italiani (energia elettrica, gas e carburanti) a quelli medi europei deriverebbe un risparmio annuo di circa 25 miliardi. Gli alti costi energetici sostenuti dall’Italia rappresentano una delle maggiori cause dello svantaggio competitivo del Paese rispetto agli altri Paesi europei;
Tra le critiche al Decreto, sempre dai deputati del nord’Italia, si è sollevato un coro di proteste circa una mancata una visione di lungo periodo in grado di rendere il mercato dell’energia più efficiente e competitivo.

Insomma sarebbe stato auspicabile provvedimenti più incisivi e più strutturati nel tempo.
Il settore energetico è strategico per l’economia del Paese, con un giro di affari, in crescita, attorno al 20 per cento del Pil e con quasi mezzo milione di posti di lavoro creati, si chiedevano iniziative programmatiche che puntassero ad una maggiore diversificazione delle fonti di energia e ad una conseguente riduzione della dipendenza dalla fonte fossile, ai fini di un drastico contenimento dei costi energetici a beneficio.

Ma tant’è, già è stato disegnato molto in questo decreto rispetto ad un immediato ieri. Molti obiettivi prefissi anche superati.

Rinnovabili elettriche

In particolare, per quanto riguarda il settore elettrico, l’obiettivo è quello di sviluppare le rinnovabili fino al 35-38% dei consumi finali al 2020, pari a circa 120-130 TWh/anno o 10-11 Mtep. Con tale contributo, la produzione rinnovabile diventerà la prima componente del mix di generazione elettrica in Italia, al pari del gas. Nel far questo, è necessario e possibile contenere i costi incrementali in bolletta per i consumatori, accompagnando la crescita dei volumi di energia rinnovabile con incentivi progressivamente ridotti e commisurati al costo (decrescente) della tecnologia e in linea con altri paesi leader in Europa. Complessivamente, per il raggiungimento degli obiettivi al 2020, vengono messi a disposizione fino a circa 11,5-12,5 miliardi l’anno per 20 anni, assegnando le residue risorse in base a criteri di priorità che favoriscano l’efficienza, l’innovazione tecnologia, un minore impatto ambientale e la filiera industriale nazionale.

Si consideri che la produzione di energia rinnovabile elettrica negli ultimi anni ha avuto uno sviluppo fortissimo, guidato da incentivi generosi che hanno generato costi significativi per il sistema.  Nel settore elettrico, l’obiettivo 20-20-20 è stato già praticamente raggiunto, con quasi 8 anni di anticipo: 93 TWh prodotti nel 2012 rispetto ad un obiettivo 2020 di 100 TWh.  Questo è dovuto ad una forte crescita delle installazioni negli ultimi anni, in particolare degli impianti fotovoltaici: dal 2010 l’Italia ha incrementato la capacità installata di circa 13 GW, raggiungendo quasi 17 GW complessivi (nel mondo siamo secondi solo alla Germania). Il sistema incentivante molto generoso in vigore negli ultimi anni, che non ha tenuto sempre conto della rapida diminuzione dei costi legati alle tecnologie (la tecnologia fotovoltaica ha abbattuto i suoi costi di circa il 70% dal 2008 al 2012). Si segnala peraltro che, dalla metà dell’anno in corso, sono esauriti i fondi del Quinto Conto Energia per l’incentivazione del fotovoltaico, in quanto è stata raggiunta la soglia dei 6,7 miliardi di euro.

La crescente produzione da fonti intermittenti e non programmabili rappresenta inoltre sempre più una sfida per l’infrastruttura di rete e per il mercato, per i problemi di dispacciamento che essa comporta. La produzione rinnovabile discontinua è ad esempio concentrata (e probabilmente destinata a concentrarsi ancor più) al Sud, Centro-Sud e nelle isole, con una potenza attesa già al 2016 superiore alla domanda di punta di quest’area (25.000 MW contro i 21.000 MW), mentre la domanda è maggiore in Nord Italia. Sono necessari, quindi, interventi di rafforzamento della rete sulle principali sezioni critiche tra zone di mercato. Inoltre, per quanto riguarda gli oneri da sbilanciamento, sarà importante adottare un approccio che stimoli i produttori da fonti rinnovabili a programmare la propria produzione tenendo conto delle, possibilità effettive di previsione delle diverse tecnologie, e che favorisca una gestione aggregata degli impianti e dei carichi. Molto importanti saranno gli sviluppi circa la riduzione dei costi ed il miglioramento delle prestazioni della capacità di accumulo elettrico per garantire lo sviluppo in sicurezza delle energie rinnovabili elettriche.

Rinnovabili termiche

Per quanto riguarda il settore termico, l’obiettivo è quello di sviluppare la produzione di rinnovabili fino al 20% dei consumi finali al 2020 (dal 17% dell’obiettivo 20-20-20), pari a circa 11 Mtep/anno. Il raggiungimento dell’obiettivo è legato alla sostituzione di una parte degli impianti esistenti alimentati a combustibili convenzionali, alle nuove installazioni, all’evoluzione degli obblighi di integrazione delle rinnovabili nell’edilizia. Le dimensioni proposte implicano anche lo sviluppo o l’ampliamento, ove economicamente conveniente, di infrastrutture di rete per la diffusione del calore rinnovabile, attraverso l’attivazione di un Fondo di garanzia, e la costituzione di un sistema statistico, con la diffusione di sistemi di misura e contabilizzazione del calore. Nei prossimi anni, le azioni saranno dunque volte ad un’ampia crescita di tecnologie quali caldaie a biomassa, pompe di calore, solare termico, ecc. Per razionalizzare e garantire continuità dei meccanismi di supporto, è stato introdotto un Conto Termico per l’incentivazione degli interventi di più piccole dimensioni, con a disposizione fino a circa 900 milioni di euro l’anno. Saranno inoltre attivati i previsti strumenti a sostegno delle reti di teleriscaldamento.

Le fonti rinnovabili termiche rappresentano un elemento fondamentale della strategia italiana di raggiungimento degli obiettivi ’20-20-20’, grazie alla loro efficienza di costo e alla facilità di installazione diffusa. Fino ad oggi, queste tecnologie sono state piuttosto trascurate dalle politiche energetiche del Paese e dalla regolazione; nonostante ciò, hanno visto uno sviluppo spontaneo importante. I consumi termici rappresentano la quota più importante dei nostri consumi energetici, sia nei settori civili che industriali (circa il 45% dei consumi finali complessivi). Rispetto alle rinnovabili elettriche, quelle termiche risultano in generale più efficienti e meno costose per il raggiungimento degli obiettivi europei (in termini di costo per tonnellata di CO2 evitata o di costo per KWh di energia finale prodotta), e comportano benefici significativi di risparmio combustibile per il consumatore finale (ad esempio attraverso il riscaldamento a biomassa), e per il Paese nel suo complesso (riduzione import di combustibili fossili). Lo sviluppo delle rinnovabili termiche negli ultimi 5 anni è avvenuto in assenza di un quadro di incentivazione stabile e dedicato, in grado di orientare il consumatore verso le tecnologie più “virtuose”. Prevalentemente, le misure a supporto sono state sovrapponibili a quelle per l’efficienza energetica – detrazioni fiscali e certificati bianchi – in assenza di iniziative dedicate. Il Paese è ben posizionato nel segmento industriale delle rinnovabili termiche, in particolare nell’ambito delle biomasse, in cui circa il 65% della tecnologia è di produzione italiana.

Per lo stimolo delle rinnovabili termiche di piccola taglia (destinato prevalentemente al settore civile), è stato recentemente varato un decreto ministeriale che incentiva direttamente l’installazione di impianti dedicati, il cosiddetto “Conto Termico” (DM 28 dicembre 2012).

Tale meccanismo:

–     garantisce l’accesso al regime incentivante alle tecnologie più virtuose, con criteri minimi stabiliti per ciascuna tipologia di intervento e requisiti che integrano, ove possibile, l’efficienza energetica.

–     assegna incentivi a copertura di una quota dei costi di investimento iniziale, variabili in base alla taglia e alla zona climatica, corrisposti in 2 anni (per piccoli interventi domestici) o 5 anni (per gli altri) e con premialità addizionali per le tecnologie più efficienti. Dalle interazioni avute con le associazioni di consumatori e produttori, si ritiene che questa formula possa avere un elevato tasso di gradimento e dunque di adesione, con tutta probabilità superiore allo strumento delle detrazioni fiscali.

Al 2020, il Conto Termico da solo consentirà di raggiungere il target PAN per le rinnovabili termiche, pari al 17% dei consumi finali lordi, ovvero ~10 Mtep.

Rinnovabili nei trasporti

Per quanto riguarda il settore trasporti, la strategia energetica nazionale conferma l’obiettivo europeo al 2020 di un contributo da biocarburanti pari a circa il 10% dei consumi, ovvero circa 2,5 Mtep/anno. Ci si propone di spingere quanto possibile l’adozione di biocarburanti di seconda generazione, preservando tuttavia gli investimenti già effettuati sulla produzione di biocarburanti di prima generazione. In termini di costi per il sistema, dato il differenziale di prezzo per la quota di biocarburanti, l’impatto al 2020 potrebbe ammontare a circa 1 miliardo di euro l’anno.

Documenti e risorse web

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