Tutta un’altra storia

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ECONOMIA: dal dopoguerra ad oggi, cosa ci sfugge ?

– Parto da un dato a me vicino. Il rapporto  sull’economia campana, dell’Osservatorio economico regionale, redatto nel  2004, ci ha consegnato un quadro felice per la regione ma  impetoso sullo stato pregresso e attuale dell’economia nazionale in generale, puntando il dito contro gli ultimi vent’anni. In Campania, nel 2002 si registrò un trend alla crescita del Pil, già avvertibile nel 2001, di circa il 2%. Non era un semplice meccanismo di congiunture favorevoli, bensì l’effetto della sostenuta politica di spesa dei fondi europei, che già si manifestava a partire dal 2001. Nonostante la perdita degli insediamenti produttivi industriali , nonostante lo storico aumento della disoccupazione giovanile e nonostante l’incompletezza nell’utilizzo dei fondi strutturali europei.  Le politiche anticicliche che furono messe in atto in Campania frenarono  la caduta del Pil regionale, anzi, in leggera misura ne invertirono la tendenza.  A fronte del dato positivo regionale campano (e di poche altre regioni), si è rilevato, invece, un dato nazionale meno soddisfacente. Le crisi economiche degli anni 90, hanno inciso sugli andamenti regionali e nazionali creando divari di politiche economiche  e di risultati che hanno portato poi all’incartamento attuale italiano.  Proprio nel 2002, l’economia del nord’Italia sembrava bloccata sulla richiesta continua di interventi statali, che una volta erogati,  però, non hanno sortito gli effetti sperati. L’economia dell’intera area euro, nel 2002, si è sostanzialmente indebolita, dimezzando il tasso di crescita del Pil ad uno  0,8% ca, a fronte di un 1,4% dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione 2002, ha registrato un trend ascensionale rispetto agli anni precedenti, che lo ha portato ad attestarsi sulle posizione del 6%circa (è il dato più ottimista). Le dimaniche del lavoro nazionali  hanno risentito di una governance  volta a salvaguardare più gli investimenti esteri che ad attuare una programmazione virtuosa della spesa interna.

Il quadro è poi peggiorato quando tasselli rilevanti ed importanti dell’economia italiana sono venuti meno, a partire dal 2004 in poi, come le imprese e gli investimenti da parte estera, innescando quel perverso meccanismo che ha portato alla stagnazione del Pil nazionale negli anni 2004-2005. E quando anche le Regioni che sembravano inserirsi in un filone virtuoso, come la Campania, si sono scontrate con eventi e politiche nazionali fallimentari, e quando anche l’intera area mondiale ha subito i contraccolpi dell’esposizione alle speculazioni finanziarie, la crisi non ha risparmiato più nessuno e nessun paese.  Una crisi, la nostra, tutta europea ma che ha una strana radice in Oltreoceano. Insomma è più mondiale che europea ed è cominciata con le speculazioni immobiliari in America. Oggi, in Europa, si richiede un impegno programmatico maggiore rispetto agli anni passati.  Come è avvenuto in Germania, l’unico paese che regge in modo esemplare questa crisi, che potremmo definire della globalizzazione.

Questo impegno programmatico deve avere un occhio attento, attentissimo, al mondo del lavoro, declinato in tutte le sue forme e rivolto a tutte le età, regolato in maniera flessibile, ossia adattabile alle circostanze e ai territori, ma non privo di leggi fondamentali e tutele sociali e civili.

Forse sarebbe più utile all’Italia ritornare alla programmazione post bellica di Tremelloni che ha prodotto più e migliori risultati rispetto a tutte le programmazioni che hanno fatto seguito all’interventismo statale.

Ricette non ce ne sono mai state se non quelle del buon senso…. ma questa è tutta un’altra storia

libero

 

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