Il sistema dei partiti attraverso il disegno di legge elettorale a firma Bersani

past-present-future

Il partito è morto, viva il partito!

Potremmo sintetizzare così l’ossimoro partecipativo dei nostri tempi. Una volta la differenza tra i partiti era nettissima e la scelta politica della cittadinanza si dispiegava nell’adesione a ideologie che somigliavano molto a credo religiosi nei quali, ed attraverso i quali, maturava e si sviluppava la propria identità di singolo “associato”. Oggi la strutturazione e l’organizzazione sociale è  assai diversa, grazie anche alle moderne tecnologie, e l’adesione ad una idea – non più ideologia assoluta e totalizzante – da confrontare con l’altro – non più avversario ma concorrente – assume i contorni di una condivisione globale tra politica cittadini e comunicazione. Il partito, quindi, ironia della sorte, da luogo di condivisione “di eguali”, in un tempo ormai passato (e diciamolo con una forte caratteristica di chiusura totale un po’ asfittica), si è svuotato, e allo stesso tempo riempito di nuovi contenuti più socializzanti e condivisibili. L’effetto della globalizzazione ha fatto emergere le comuni esigenze di dignità, sviluppo e benessere che  hanno un’unica bandiera: la partecipazione sempre più attiva della cittadinanza non nelle segrete chiuse stanze di partito ma nelle piazze del confronto, pronte alla fruibilità e fattività del touch screen, del vis a vis, del peer to peer, ecc…   che non può più essere ignorata o disattesa. Un partito dovrebbe garantire confronto e nello stesso tempo identità, il tutto quindi si rapporta alle idee, ai sistemi organizzativi, all’identità comunque ristretta ma sempre più allargata alla partecipazione, creando il modernissimo “partito aperto”: una versione moderna e popolare delle coalizioni di governo di un tempo. Così dovrebbero essere i partiti, così non sempre sono, per effetto del passaggio storico molto complesso: è una età di mezzo la nostra, un corrispettivo dell’epoca medioevale.

Scrive Revelli: “La crisi dei tradizionali partiti politici è ormai conclamata, e rischia di contagiare le stesse istituzioni democratiche. Secondo i più recenti sondaggi, meno del 5% degli italiani ha fiducia nei partiti politici, poco più del 10% nel Parlamento. Particolarmente evidente in Italia, il fenomeno è tuttavia generale : ovunque i “contenitori politici” novecenteschi stentano a conservare il consenso”.

La crisi di rappresentanza, così, scollega il politico, ed il partito di riferimento, dalla popolazione e muta la  forma organizzativa dell’identità partitica da “fordista” a “leggera”, ossia senza eccessivi nessi e collegamenti obbligati, con in più l’aggravio dell’insostenibilità dei costi a causa della crisi economica (indotta o meno). Ciò comporta una “liberalità” di pensiero e di azione da parte del politico, e del partito  di turno, che sfocia nella menzogna più sfacciata, riducendo la rispettabilità del paese che tollera quella menzogna perché spera nel perdono delle proprie menzogne[1]: è il caso ad esempio dell’evasione fiscale. Ciò evidenzia come e quanto l esigenze ed i comportamenti quotidiani rischino di sopraffare la corretta organizzazione istituzionale, creando quel circolo vizioso assai insalubre che finisce per pesare come un macigno sull’intero sviluppo delle tutele paradigmatiche della società.

Carlo Esposito, giurista del secolo scorso, affermò che se un partito, invece di rappresentare una ideologia e tendere al bene comune rappresentasse “le esigenze di un gruppo di pressione economico, sarebbe di fatto un gruppo di pressione mascherato, e sarebbe per questo da combattere, da espellere dal Parlamento, da denunciare come scandaloso”. Già allora egli specificava che la pressione dei partiti sul governo è lecita ed è legittimata dalla funzione propria, ma qualora questa non fosse determinata da interessi privatistici.

Questo è il senso, oggi più che mai, della sempre più avvertita e assoluta necessità di una buona legge sul conflitto di interessi. L’inquinamento della politica con interessi privati ed economici ha avviato una crisi del sistema che in questi anni ha amplificato le differenze e la sfiducia nello stesso popolo sovrano. Ma il conflitto d’interessi da solo non basta, è o sarebbe un’operazione contingente,  che poco potrebbe risolvere senza il sostegno di un buon sistema elettorale improntato a ricreare, ed anche a tessere giorno per giorno, il rapporto vero, autentico, con la cittadinanza, con il territorio, con le sue singole realtà.  Questo perché  un partito è, e rimarrà sempre un cuscinetto, anzi una cellula di raccordo tra lo Stato e la comunità. Senza uno Stato non esiste una società e viceversa.

Il disegno di legge che porta la firma di Bersani, presentato alla Camera dei Deputati già dalla scorsa legislatura, il dl 4545, Bersani e altri,  sul sistema elettivo, è quello che più mette in luce la vocazione pedagogica della rappresentanza: un collegio uninominale a doppio turno con voto di preferenza, “per attenuare il deficit democratico che caratterizza l’attuale sistema elettorale”.

Il sistema elettorale risultato dalla legge n. 270 del 2005 è stato, fin dall’inizio, oggetto di numerosi rilievi critici, tanto in sede scientifica quanto in sede di confronto politico-parlamentare.

In particolare, le perplessità e le critiche sollevate durante il dibattito parlamentare dall’allora minoranza di centrosinistra hanno trovato in larga misura conferma dopo l’applicazione della nuova disciplina, in particolare alle elezioni politiche del 2006.

Alla sua prima prova, il nuovo sistema elettorale, il così detto “porcellum” – dal nome attribuitogli dal suo stesso creatore – si è prima di tutto dimostrato inidoneo a garantire la governabilità,  a causa dell’inefficienza (e della sostanziale irrazionalità) del meccanismo dei premi di maggioranza regionali per l’elezione del Senato della Repubblica.

Il sistema non è infatti strutturalmente capace di assicurare alla coalizione più votata la maggioranza assoluta dei seggi al Senato della Repubblica, per effetto della possibile neutralizzazione reciproca dei premi di maggioranza regionali. Questo meccanismo, laddove non annulli o addirittura ribalti — in termini di seggi — i risultati elettorali conseguiti dalle coalizioni in termini di voti, produce comunque una irrazionale distorsione della rappresentanza, con esiti del tutto casuali sotto il profilo della composizione delle maggioranze.

Il sistema delle liste bloccate, inoltre, ha prodotto squilibri vistosissimi tra la necessità di gestire l’apparato, quasi inevitabile, di partito, e la necessità di rappresentanza della cittadinanza, che aderisce a quelle idee politiche.

Se quindi i partiti sono chiamati ad assolvere ad una funzione basilare nella vita della democrazia, evitando di riempirsi di personalità autoreferenziali, portatrici di interessi particolari – e magari pochi voti – proprio per non entrare in crisi, ecco che risulta fondamentale la comunicazione politica come raccordo per reinventare la sfera pubblica in movimento ed in cambiamento. La comunicazione politica svolge, insomma, la sua funzione fondamentale e pedagogica, di rendere fruibile, immediatamente spendibile, comprensibile e ben collocata l’identità politica da declinare nel vissuto e nell’empirica tangibilità dei risultati operativi. E’ necessario calibrare un diverso rapporto tra cittadini, partecipazione e politica. Soprattutto è necessario lasciare maggior spazio al popolo che avanza, come nel quadro di Pellizza da Volpedo, ma procurandosi di ricreare una più sana comunicazione con quel popolo e le sue esigenze, e le istanze di cui si fa portatore.

Come per la Pubblica Amministrazione, anche per la politica istituzionale diventa ormai pressante porsi all’ascolto, aprire alle domande, rispondere opportunamente. Per usare una stupenda frase di Thompson, a proposito della globalizzazione della comunicazione, ma attribuendone un senso anche più elevato : il processo di ricezione da parte della politica non consiste in una trasmissione unidirezionale di senso, ma in un incontro creativo tra, da un lato, una forma simbolica strutturata e complessa come è un partito, e dall’altro individui che appartengono a gruppi precisi, che nella loro attività di interpretazione della realtà, applicano particolari risorse ed assunzioni di priorità, e dall’altro ancora la comunità intera della popolazione che sola è sovrana.

Un partito, dunque, non deve solo avere la maggiore esposizione mediatica possibile, ma deve ancor più avere la maggiore esposizione alla partecipazione possibile, creando e ricreando la sfera pubblica attraverso un rinnovato senso di appartenenza e rappresentanza da vivere nella pienezza della declinazione dei diritti civili costituzionali di uno Stato.


[1] Luciano Violante – Politica e menzogna

 

io (2)

Un pensiero su “Il sistema dei partiti attraverso il disegno di legge elettorale a firma Bersani

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...