RASSEGNA STAMPA WEB del 20 giugno 2013 – Il racconto della politica

COMITATO NAPOLETANO BERSANI PRIMO MINISTRO

 

RASSEGNA STAMPA

 

giovedì 20 giugno 2013

Bersani con sigaro più grande

IL RACCONTO DELLA POLITCA

TIENE ALTO IL BANCO IL CONGRESSO PD

Il centrosinistra

 Pd, Renzi pronto a rompere con Letta “Le regole di Epifani favoriscono lui” . Il sindaco: se cercano di fregarmi me ne resto a Firenze

 

di GIOVANNA CASADIO

ROMA — L’ultima volta, a Firenze, si erano stretti la mano come per siglare un patto. Ma tra Matteo Renzi e Enrico Letta, se patto c’è mai stato, è già saltato. Sono i sospetti sul gioco al massacro dentro il Pd per penalizzarlo o addirittura impedirgli di candidarsi, che hanno irrigidito di nuovo la posizione di Renzi. «Vorrei che Epifani non cambiasse le regole. Queste, quelle cioè dello Statuto, vanno bene, e le date del congresso non si toccano, va fatto entro il 7 novembre. Non è serio cambiarle». È tornato alla carica il sindaco “rottamatore”. Nessun ritocco significa non prevedere neppure la distinzione tra leadership (del partito) e premiership, e confermare che il nuovo segretario sarà anche automaticamente candidato premier. È la vera faglia attraverso la quale passa la sfida tra Matteo e Enrico: lastaffetta per Palazzo Chigi.  Epifani l’ha detto chiaramente nella prima riunione del comitatone per le regole: «Se non facessimo questa distinzione, discrimineremmo Letta, non rendendogli possibile di presentarsi candidato premier la prossima volta». Ma vale anche il contrario: «Una clausola di salvaguardia per Letta significa che non vuole l’accordo con Matteo», è esplicito Dario Nardella, ex vice sindaco di Firenze. Il nodo vero sta per arrivare al pettine. Non è solo questione di primarie aperte (come chiede Renzi) oppure riservate agli iscritti (è la linea bersaniana), ma soprattutto la gara per la premiership. Il sindaco fiorentino non usa mezze parole: «Se vogliono fare le regole loro, se l’obiettivo del gruppo dirigente è“come ti frego il candidato”, ho una buona notizia per loro: io resto a Firenze tranquillo. La volta scorsa m’han fatto fesso, ora no. Mica ho scritto “giocondo” in fronte». Un trabocchetto nella candidatura a premier, Renzi non l’accetta. «Vorrei che il centrosinistra vincesse, anche con Mazinga…». Uguale (e contraria) ragione per cui Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria democratica della “gauche” e dei dalemiani, sostiene: «Non è pensabile per il Pd, che esprime il premier cioè Letta, fino all’altro giorno vice segretario delpartito, mentre lui è in carica eleggere un altro candidato premiersegretario. La distinzione è indispensabile ». E poi, basta — aggiunge — «io mi candido per fare solo il segretario del Pd. Non si può accettare l’idea che si fa il segretario in vista di un altro ruolo». A tal punto i fronti sono agguerriti, che Beppe Fioroni, leader dei Popolari, provoca: «Il Pd ha due uomini di punta: Renzi e Letta. Per non fare disparità di trattamento, se segretario e premier coincidono. chiedo a Letta di correre per la segreteria ». Ancora più tagliente Nico Stumpo sostiene che potrebbe estendersi una norma dello Statuto in base alla quale Letta è automaticamente ri-candidato a Palazzo Chigi. Il bersaniano Zoggia rincara: «Impossibile non toccare le regole».

 I democratici di Areadem, tentati di salire sul carro di Renzi, minimizzano lo scontro: «Matteo agita la questione regole per prendere tempo». Su tutto incombe «il segretario emerito». Così ironicamente in Transatlantico Antonello Giacomelli e Pierluigi Castagnetti chiamano Bersani. L’ex segretario è da giorni tornato sulla scena. «Sembra pensare a una candidatura per interposta persona… « osserva Matteo Orfini, leader dei “giovani turchi”. «Ha in mente Enrico Rossi, il governatore della Toscana», sostengono i renziani. Che prendono in mano la bandiera grillina: «Qui in Parlamento — afferma Nardella — non si sta muovendo una mosca: si sta prendendo tempo sulla legge contro il finanziamento dei partiti tanto da chiedere le audizioni internazionali, e di chi? di Barroso?». I candidati democrat al congresso aumentano. Goffredo Bettini si fa avanti. Epifani non è escluso. Speranza scalda i muscoli. Sabato al Nazareno si danno appuntamento i democrat di “Riprendiamoci il Pd” e ci sarà anche il vendoliano Gennaro Migliore. A Torino i renzianidi #OpenPd.

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UN PO’ TUTTI I GIORNALI APRONO CON IL RICORSO MEDIASET DI BERLUSCONI

 

Il retroscena

 Il piano del Cavaliere per fermare i giudici “Niente crisi ma chiedo un patto al Pd”

Vuole la garanzia che il Senato voti contro l’interdizione

di CLAUDIO TITO

COME nelle giornate di massima allerta, l’intero stato maggiore del Pdl si schiera al fianco del suo leader. I ministri corrono a via del Plebiscito, i colonnelli fanno sentire la loro voce e invocano una reazione. Immediata. La crisi di governo. Per l’ex premier è una sconfitta pesante. Prevista, ma comunque dolorosa. Promette battaglia, ma evita lo show down. Vuole trattare, restando nella posizione di socio di maggioranza della coalizione governativa.

 Il suo sguardo, però, non è più rivolto alla Consulta. Bensì alla Cassazione. A questo punto i tempi del caso Mediaset non si possono più allungare. I giudici costituzionali hanno riaperto la strada ad un percorso fisiologico della giustizia. La Suprema Corte nei prossimi 8-9 mesi sarà chiamata a emettere la sua decisione finale. Confermando o respingendo la condanna dell’Appello. La prescrizione scatta a giugno 2014: i giudici dovranno quindi esprimersi prima di quella data. E se ratificheranno la sentenza dei primi due gradi, allora esploderà una vera e propria bomba nucleare. Perché? Perché i quattro anni di reclusione saranno accompagnati dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. Ossia l’addio al Parlamento.

«Ecco — si è sfogato il Cavaliere con i suoi fedelissimi — nessuno può pensare che io esca dalla politica in questo modo. No, non sarà così». La posta in palio non è solo il suo destino giudiziario, ma la vita del governo Letta e della “strana maggioranza”. L’appuntamento finale è solo rinviato al prossimo inverno. Nel frattempo l’esecutivo può andare avanti. Anzi, dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative che ha visto il centrodestra crollare e soprattutto dopo l’esplosione del Movimento 5Stelle, l’ex premier si è convinto che la carta della crisi di governo e delle elezioni anticipate va giocata solo come una extrema ratio. «Rompere adesso — è il suo ragionamento — non conviene. Quale risultato otterremmo? Per noi niente. Mentre il Pd avrebbe il ribaltone con i dissidenti grillini o, più probabile, il ritorno al voto in una posizione di forza. Con Renzi in pole position e Grillo ormai in discesa libera. Non si ripeteranno più le circostanze di febbraio».

 Il Cavaliere, allora, sta costruendo un’altra via d’uscita. Una sorta di “Piano C” da edificare all’interno del governo. Ossia mettere sul tavolo della trattativa con il presidente del Consiglio e soprattutto con il Pd una sorta di “scambio”: la vita dell’esecutivo per il “no” all’interdizione. Un ragionamento che gli “ambasciatori” di Palazzo Grazioli hanno già iniziato a formulare con i parlamentari più disponibili del Partito Democratico. E questi lo hanno riferito a Palazzo Chigi.

 Il disegno è semplice: se venisse confermata l’interdizione dai pubblici uffici, la “decadenza” dalla carica parlamentare (come prescrive l’articolo 66 della Costituzione) dovrà comunque essere votata dall’Assemblea di appartenenza, ossia dal Senato. La “Procedura di contestazione dell’elezione” viene prima esaminata dalla Giunta per le immunità e quindi dall’Aula. A scrutinio segreto. E proprio in vista di questo passaggio, il baratto proposto dal Cavaliere è chiaro: «Voi votate contro la mia decadenza e io non faccio cadere Letta». È evidente che per condurre una contrattazione del genere, ha bisogno di rimanere nel confine della maggioranza. Di mantenere i piedi nella squadra governativa. Un negoziato, ovviamente, durissimo e soprattutto indigeribile per molti dei Democratici. Eppure, la prima puntata è iniziata proprio ieri. Basti pensare a cosa è accaduto al vertice serale a Via del Plebiscito. Praticamente tutto il Quartier generale del Pdl — un po’ meno i ministri — ha sbattuto sul tavolo della discussione l’ipotesi di uscire dal governo per provocarne la crisi. Il Cavaliere li ha frenati: «Bisogna distinguere le mie questioni dall’esecutivo. Questa è una sentenza schifosa, figlia del conflitto orchestrato da una parte della magistratura contro la mia discesa in campo, ma il Paese ha bisogno di questo governo ». Essersi messo sul fronte delle colombe e aver schierato l’intero partito su quello dei falchi, è esattamente la prima mossa della trattativa. Un modo per dire: «Io posso calmare i miei ma fino ad un certo punto. Per calmarli, voi dovete aiutarmi». In questa ottica un passaggio fondamentale sarà il prossimo voto sulla ineleggibilità del Cavaliere di cui si discuterà a Palazzo Madama a partire dal 9 luglio. L’ex premier sa che il Pd in quel caso voterà contro l’ineleggibilità e userà quella decisione per provocare una sorta di corto circuito ineleggibilità-interdizione. Se i Democratici si sono espressi per la liceità della mia elezione — sarà il suo discorso — possono farlo anche quando si tratterà di pronunciarsi sulla decadenza dal mandato senatoriale.

 Ma può il centrosinistra accettare questo “baratto”? Difficilissimo. Enrico Letta fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha ripetuto a tutti: «Il mio governo non può fare nulla per quanto riguarda i processi di Berlusconi». Insomma, il principio cui ogni ministro del Pd si sta attenendo è quello della «totale separazione dalla vicende giudiziarie». Non solo. Cosa accadrebbe nell’elettorato e nell’opinione pubblica progressista se Berlusconi venisse “salvato” in quel modo? Una vera e propria baraonda. E, come spiega un esperto senatore democratico, «se io voto per mandare al macero una sentenza definitiva contro Berlusconi, poi mi devo dare alla macchia. Con che faccia mi presento nel mio collegio? Non potrei nemmeno passeggiare per strada. Non esiste, il “baratto” che ci propone il Cavaliere non può essere accettato».

 Il leader del centrodestra ci proverà comunque fino alla fine. Contando anche sul fatto che fino a che sta in maggioranza la sua capacità di trattativa potrà essere espressa in tutte le direzioni, anche nei confronti del Quirinale («Mi aveva promesso una mano»). «Se poi ogni tentativo fallirà — ha avvertito — allora è chiaro che nessuno può pensare che io mi faccia sbattere in galera tanto facilmente. A quel punto tutto sarà lecito. La crisi di governo e la rivolta contro la dittatura dei giudici».

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IL CASO

Fico: ricaveremmo 2 miliardi, la metà di quanto spenderemo per gli F35. Catricalà: recuperare la insostenibile evasione

 Svolta dei 5Stelle: la Rai non si privatizzi più

ROMA — Crolla un punto-chiave della battaglia del Movimento 5Stelle. Nessuna privatizzazione della Rai, a dirlo è il presidente della commissione di Vigilanza, il grillino Roberto Fico. «In questo momento vendere la Rai significherebbe svenderla: e la Rai non si svende. E non si può vendere qualche canale Rai se prima non facciamo una legge seria su conflitto d’interessi e antitrust». Se il problema è recuperare risorse e se è vero che Viale Mazzini vale 2 miliardi secondo un recente studio di Mediobanca, Fico propone un’altra soluzione: «Due miliardi: non è neanche la metà dei soldi che abbiamo programmato di spendere per gli F35. Un’assurdità. Andrei piuttosto a tagliare gli F35 e a rifinanziare la Rai per permetterle degli investimenti ».

 I lavori della commissione comincianola prossima settimana con l’audizione del presidente Anna Maria Tarantola e del direttore generale Luigi Gubitosi. Verrà sentito nei prossimi giorni anche il viceministro dello Sviluppo economico Antonio Catricalà che proprio ieri davanti alla commissione Culturadella Camera ha annunciato l’inizio di un’istruttoria per la scadenza della concessione alla Rai. Nel 2016 bisognerà rinnovare o sospendere il contratto tra lo Stato e il servizio pubblico. «Sono due le scadenze da affrontare — spiega il viceministro— . La prima è quella del contratto di servizio, che è già avvenuta e su cui stiamo lavorando. Poi a maggio 2016 sarà la volta della concessione. Cosa accadrà dopo, lo deciderà chi sarà in Parlamento e al Governo in quel momento. Noi però abbiamo ildovere di preparare il terreno e predisporre fin da ora le carte per quel momento».

 La Rai, ha spiegato Catricalà in sintonia con Fico, «non va smantel-lata, anzi vogliamo costruire. E non c’è un pericolo Grecia, nè ora nèmai. La Rai è un asset strategico per il governo, al quale per ora non è arrivata nessuna ipotesi di vendita o di dismissioni». Sul canone poi Catricalà ha sottolineato l’importanza di recuperare «la ormai insostenibile evasione». Ma il senatore di Scelta Civica Maurizio Rossi ha insistito sul costo dell’abbonamento: «In vista del rinnovo per 15 anni, con un impegno del valore di circa 35 miliardi di euro abbiamo il dovere di definire innanzitutto cosa si debba intendere per servizio pubblico, e quanto debba pesare sulle tasche dei cittadini». Il presidente della commissione Trasporti e Telecomunicazioni Michele Meta (Pd) rilancia la riforma della legge Gasparri: «La priorità per il servizio pubblico è la riforma dei meccanismi digovernance».

(g. d. m.)

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FIRENZE ROSSA

Il racconto

Le escort, l’assessore, l’orologiaio i segreti a luci rosse di Firenze “Non stupitevi, qui così fan tutti”. Pettegolezzi e intercettazioni, viaggio nella città investita dallo scandalo

di CONCITA DE GREGORIO

NON c’è chi non conosca uno che conosce uno che gli ha detto che. Fra Borgo Allegri e via delle Belle donne non c’è chi non sappia di sicuro che anche la Maria Grazia, sì quella del negozio di intimo, te l’avevo detto che l’altro giorno è entrata da Gucci e si è comprata tre borse senza nemmeno chiedere quant’è?

ME L’HA raccontato la commessa che è un’amica di mia sorella. Non c’è uno che non sia sicurissimo che da Franchino, l’orologiaio bianco di capelli pettinato da paggio attempato, non sia passata anche la Mara, che è la segretaria del consigliere comunale tale e certo che lui lo sapeva, eccome se lo sapeva, hai voglia. Lo sapeva per esperienza diretta, diciamo, che a certe ore si chiudono le porte delle stanze, in Comune, e a volte non si chiudono nemmeno e non mi far dire altro che qui si va in galera. «Io comunque non lo capisco cosa volete sapere, cosa cercate, se vi scandalizzate per davvero o fate finta», dice Cristiana T. che prepara la tesi in Lettere su Niccolò Soldanieri e vive in via Guelfa, a due passi dalla Facoltà. «Lo sappiamo benissimo tutti, te lo insegnano appena arrivi da matricola, che se c’è una difficoltà a pagare l’affitto o se ti servono i soldi per un viaggio un modo è quello, e si sa da chi andare a bussare. Poi una si regola come crede. Una mia compagna di corso l’hanno interrogata per via di questa storia. Mi ha detto guarda Cristiana io non sono una puttana e lo sai. L’avrò fatto tre volte e quello che mi ha fatto schifo non è stato quella mezz’ora ma sentirli parlare al telefono dopo, con le mogli o con gli amici, ci credi?».

 Le mogli, gli amici. Sentirli parlare. C’è una moglie offesa, al principio di questa storia che arroventa Firenze alle porte di luglio. Ma non è lei la protagonista, e non è nemmeno Adriana “la regina”, Poljna la bambina, non sono la barista l’infermiera l’avvocato e l’assessore, Franchino l’orefice che vende Rolex e mi paghi quando puoi, i fratelli tenutari dell’albergo di lusso dove alla reception ti prendono il documento ma non ti registrano, lo sa tutta la città. Protagonista è Firenze, dirlo sarebbe stucchevole se non fosse letteralmente, materialmente così.La città intera recita la parte principale della “Bella vita”, il titolo in fondo triste che gli inquirenti hanno dato al fascicolo di quattromila pagine dopo mesi di intercettazioni e di indagini, di interrogatori, di appostamenti. La“bella vita” che si dipana dal Lungarno del Tempio all’Impruneta, che passa la mattina da Palazzo Vecchio il pomeriggio sonnecchia al bar dei Viali e si prepara, nelle botteghe del centro, per l’aperitivo a piazzale Michelangelo. Quando le macchine dotate di permesso per la zona blu passano a prendere i clienti e li portano dalle ragazze del catalogo Escortforum, reclutate con un sms e assegnate con un messaggino di ritorno: alla tale ora, nel tal posto, Miriam ti aspetta. Nella stanza con le losanghe verdi e azzurre dell’hotel Mediterraneo, ascensore laterale, quello in fondo a sinistra, quello con la moquette macchiata d’olio che come fa un quattro stelle ad avere un ascensore così, e la donna delle pulizie che la domenica alle otto di mattina passa l’aspirapolvere in corridoio ed entra in stanza senza bussare. «Oh, scusi. Non pensavo». Qui di solito alle otto di mattina i clienti in stanza non ci sono.

 Poi i comprimari, certo. Il professore universitario che ti accoglie in biblioteca e ti racconta che Nicolò Machiavelli aveva la Riccia, favorita fra le cortigiane, e che Filippo Lippi era un frate e aveva avuto Filippino da una monaca per cui “siamo nel solco della tradizione” vacosì da che mondo è mondo, una volta le delazioni si mettevano anonime nei “tamburi”, cassette di pizzini a tema quasi sempre sessuale, nel 500 c’erano le tamburazioni oggi la moglie tradita fa la denuncia in procura. Dov’è la differenza? Ai tempi dell’indagine sul Mostro i faldoni erano pieni di testimonianze sui centinaia di guardoni appostati ogni sera alle Cascine, e le coppie che andavano lì a fare l’amore certo che lo sapevano, andavano lì a farsi guardare — assicura il prof con grande scioltezza sul finale, di certo consuetudine accademica. E poi certo che all’Adriana gli avevano dato una casa, povera ragazza, ci mancherebbe altro che alla cortigiana di palazzo non venisse assegnato un alloggio consono. L’ospitalità è una virtù.

 Ora il problema è l’insaputa, perché anche Massimo Mattei, assessore del Pd alla mobi-lità, giunta Renzi, non sapeva — garantisce — che la sua amica Adriana (“una mia amica da anni”), romena, attualmente disoccupata, inanni remoti dipendente della cooperativa il Borro di cui l’assessore è stato negli stessi anni presidente, non sapeva insomma che Adriana facesse “quel tipo di mestiere”. Lo ignorava, non era un’amicizia abbastanza solida per questo tipo di confidenze perciò le ha assegnato un alloggio a titolo gratuito come si fa con le persone in difficoltà, non tutte certo che altrimenti sai che fila ci sarebbe al Borro ma con alcune sì, e Adriana era fra queste. Poi è stato colto completamente di sorpresa — dice — quando un dipendente comunale suo collaboratore è stato trovato dalla donna delle pulizie in un ufficio pubblico proprio con Adriana, e non facevano fotocopie. Può succedere, ci si distrae. Uno può non accorgersi. Mattei si è dimesso, comunque, per motivi — reali — di salute. Più tranquille adesso sua moglie e sua figlia, leggerissimamente più tranquillo il sindaco nonostante il leggendario sarcasmo fiorentino di quelli che «a Renzi gli mancavano solo Frisullo e una decina di escort per fare Berlusconi». Non dicono escort, in effetti. A Firenze non si dice così.

«Non mi fa schifo cosa fanno ma come parlano, cosa dicono», raccontava la studentessa. Come si nominano le cose. «Quando ci si vede si fa a scambio di figurine», «a quella gli piace così tanto che ci dovrebbe pagare lei a noi», «ho la nausea delle puttane, ho l’albergo pieno». Il fidanzato dell’infermiera («fatti pagare meglio »), l’avvocato che non ha tempo («una cosa in macchina, mezz’ora, con la bimba di ieri »), la “bimba” che mezz’ora ci va perché «mi devo comprare le catene da neve». A Firenze nevica poco, sarà stato per andare a Cortina.

 Come parlano al telefono i fratelli Taddei, titolari dell’hotel Mediterraneo terminale fiorentino del sito slovacco Escortforum. Cosa dice l’orologiaio Franchino, per gli amici al telefono «il capo puttaniere», alle ragazze quando le chiama. Come le tratta, come le recluta. Con quali parole e con che tono spiega alla barista, alla benzinaia, alla ragazza dell’uscio accanto cosa deve fare e come. Con una lingua dove la passera, che del resto in città dà il nome a una piazza antica sede di bordelli, è il termine più alto: pura poesia.

 Dalle migliaia di pagine di intercettazioni esce l’affresco di una città sotterranea e invisibile alle fiumane di turisti che la percorrono con le bandiere del capocarovana levate, unacittà postribolo amorale e bacchettona insieme, scandalizzata con la mano sulla bocca a fare oh, nel fresco delle corti, e impegnata al piano di sopra a cambiare lenzuola per il prossimo avventore. In vendita, alla fine. Cinquecento euro la cena, la stanza con ragazza e lamacchina per andare all’Impruneta, più o meno quanto una gita di due giorni con visita agli Uffizi. «Ma poi che c’entrano la bellezza, la città d’arte, Michelangelo — dice un procuratore di calcio anche lui sentito nell’inchiesta — tutti lì a riempirsi la bocca con Boccaccio, bravi. Fate pure filosofia. Ma io giro il mondo e una cosa la so: non è Firenze, guardatevi intorno a casa vostra. È la regola. Dove vai vai, è così».

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smile pensante

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