IL TEMA DEL GIORNO

COMITATO NAPOLETANO BERSANI PRIMO MINISTRO

Bianca Clemente

Il 9 settembre 2009, in Italia, fu  istituita, dall’allora Presidenza G8,  la prima conferenza internazionale sulla violenza alle donne.

All’evento parteciparono il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Ministro pari opportunità Mara Carfagna – organizzatrice dell’evento –  il Ministro degli esteri Franco Frattini, la senatrice premio nobel Rita Levi Montalcini, il Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite Asha Rose Migiro, la Signora Chantal Compaoré-consorte del Presidente del Burkina Faso – e la Signora Manda Zand Ervin- Fondatrice e Presidente dell’ Alleanza delle Donne Iraniane – e numerose altre personalità internazionali.

All’epoca emerse la necessità di elaborare un Piano nazionale d’azione contro la violenza alle donne,  previsto dalla Risoluzione Onu 1325 e di sottoscrivere una risoluzione europea ed  internazionale per il riconoscimento e la difesa delle violenze alle donne, sotto qualunque bandiera ed in ogni forma manifestantesi 

Oggi siamo ancora all’atto iniziale. Infatti  secondo i dati che giornalisticamente leggiamo tutti i giorni, ormai, solo nel 2011 sono state 127 le donne uccise nel nostro paese, circa una ogni 60 ore, mentre nei primi nove mesi di quest’anno sono già più di 100, e di queste 74 sono rimaste vittima della violenza di mariti e fidanzati. In Italia  la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è la violenza domestica e, secondo le anticipazioni dei dati 2012 di Telefono Rosa, le violenze all’interno di rapporti sentimentali sono in ulteriore aumento: questo tipo di abusi ha raggiunto l’85% di tutte le violenze, il 3% in più del 2011.

Secondo l’Istat in Italia almeno il 5% delle donne è stata vittima di stupri o tentati stupri e una italiana su tre tra i 16 e i 70 anni (più di sei milioni di donne), è stata vittima nella sua vita dell’aggressività di un uomo, di molestie fisiche o sessuali. Quasi 700 mila donne inoltre, sempre dati Istat, hanno subito violenze ripetute dal partner e avevano figli al momento della violenza, e nel 62,4% dei casi i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza.

Ma la violenza fisica, aberrante e deplorevole, non è il dato più grave. Essa nasconde un dato culturale estremamente allarmante. Il fenomeno dello stalking. Questo modo di atteggiarsi alle relazioni “intergenere” è notevolmente  in costante aumento negli ultimi anni: secondo l’Osservatorio nazionale sullo stalking, il 10% circa degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 ha avuto come prologo atti di stalking, l’80% delle vittime è di sesso femminile e la durata media delle molestie insistenti è di circa un anno e mezzo.

Quindi il fenomeno coinvolge tutte le donne, in tutti i livelli e classi sociali. La violenza all’universo femminile è multiforme e strisciante in quanto a volte può assumere caratteristiche di facciata che lo rendono impercettibile, addirittura accettabile se non “accreditato” come forma socialmente istituzionale – ossia rientrante nella categoria di “obbligo del ruolo femminile socialmente accettato”. Non è uno scherzo, né un qualcosa da prendere sottogamba. Anzi è un fatto molo grave che la società alle soglie del 3000 avrebbe già dovuto debellare come una malattia endemica.

Il 30 novembre 2010 nella Sala del Mappamondo di Montecitorio fu presentato il rapporto  ActionAid –  e Fondazione Pangea –  su “Donne, pace e sicurezza. A dieci anni dalla Risoluzione ONU: una prospettiva italiana” , l’ex comandante delle missione di peacekeeping nella Repubblica democratica del Congo, disse : “E’ più pericoloso essere donna che soldato negli odierni conflitti” . Una frase che fece venire i brividi a molti,  se non a tutti,  i presenti. Il rapporto punteggiò  il bilancio dei dieci anni di attuazione della Risoluzione ONU 1325, ripercorrendo efficacemente le linee di evoluzione del dibattito a livello internazionale. Non era un bilancio in positivo. Curato dalla professoressa Luisa Del Turco, è stato affiancato da due associazioni stimatissime come Action-Aid, che opera in Italia da più di 20 anni e Pangea, sorta nel 2002 per combattere  povertà e esclusione sociale nel Sud del mondo per migliorare concretamente la condizione delle donne discriminate a partire dalle aree più depresse come l’Afghanistan.

La Risoluzione ONU rappresenta sicuramente un success case nell’evoluzione del diritto internazionale più recente, perché in essa convergono gli esiti di un vasto movimento dell’opinione pubblica internazionale, che si colloca in una nuova stagione delle relazioni internazionali apertasi con la fine della guerra fredda.

Da un lato infatti, a partire metà degli anni Novanta, l’impegno della Comunità internazionale si è esteso e progressivamente incentrato sulla gestione dei conflitti aperti e sull’azione umanitaria. Di fronte alle tremende violazioni dei diritti umani, spesso poste in essere ai danni della popolazione femminile, la Comunità internazionale ha elaborato i nuovi concetti di “ingerenza umanitaria” e di human security, in nome dei quali tendono a venire meno per fortuna i tradizionali confini della sovranità nazionale, fino allora segnati dal divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato.

 Dall’altro la Risoluzione 1325 consolida le acquisizioni emerse nelle grandi conferenze delle Nazioni Unite sulla condizione femminile di Città del Messico (1975), Copenaghen (1980) e Nairobi (1990) nella “Piattaforma di Pechino” del 1995, ma soprattutto valorizza il contributo generoso e spassionato offerto dalle tante attiviste per la pace, che hanno costruito in questi anni in tutto il pianeta un’originale strumentazione di prassi intese alla trasformazione costruttiva dei conflitti. Assai opportunamente il Rapporto richiama le coraggiose e toccanti esperienze del Ruanda di Veneranda Nzambazamarya, la battaglia nonviolenta di Aung San Suu Kyi di fronte alla dittatura birmana, le azioni informali promosse da tante donne in Bosnia-Erzegovina, Burundi, Colombia e Liberia. Spesso proprio le donne hanno mostrato una dedizione particolare nell’opera di assistenza alle persone che soffrono a causa dei conflitti. Potremmo definirlo un “supplemento d’anima”, direi, fatto di empatia, di presenza, di condivisione, lavorando direttamente – con un senso di concretezza tutto femminile – sugli aspetti profondi dei conflitti.

In Italia la legge contro la violenza alle donne, attualmente in vigore, è la n.38 del 2009, e fa seguito alla Legge n° 66 del 1996: “Norme contro la violenza sessuale” e alla Legge n° 154 del 2001: “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”. Ma è evidente non basta!

Così si è pensato di istituire la giornata contro la violenza alle donne, che ricorre proprio oggi 25 novembre, giorno in cui tre sorelle dominicane, Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo appartato nelle vicinanze furono torturate, massacrate di botte e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. Uno degli assassini più truci della storia dominicana. Questa data fu scelta proprio dall’ONU su richiesta di un gruppo di femministe che nel 1981 si riunirono a Bogotà, in Colombia, proprio il 25 novembre per ricordare il truce assassinio delle sorelle dominicane avvenuto nel 1960, sotto il regime di Rafael Leónidas Trujillo.

Oggi in molte piazze d’Italia donne e uomini scenderanno in piazza per dire basta a queste violenze. Fino ad oggi hanno aderito alla campagna otto città con i relativi sindaci, Bari, Bologna, Genova, Milano, Napoli, Roma, Palermo e Venezia. Tutti i primi cittadini hanno sottolineato la necessità di essere uniti in questa fondamentale campagna di civiltà. Non si può parlare di civismo se non s’impara prima a relazionare tra generi diversi.

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